18 Settembre. Venerdì.

Lacerba del 15, porta un articolo un po' becero — come il solito — del Papini, ma simpatico. V'è anche un nobile scritto di Soffici. Fa — e si rivolge ai Germani — un confronto fra la cultura latina e la cultura germanica. Lo so: «Per cultura noi intendiamo quell'alleggerimento dello spirito che lo porta a godere profondamente delle armonie segrete della natura amata nella sua semplice concretezza, delle eleganze, dei pensieri luminosi, di tutte le bellezze in un'atmosfera di serenità iridata e felice. Siamo lontani, come vedete, dal vostro nuvolismo metafisico, dalla vostra sentimentalità, dal pastone dei vostri dottorismi, della vostra istruzione compilatoria».

Vero! o, almeno, vero per noi solitari d'Italia. Ma oramai non si tratta più di cultura, ma di mortai.

Lacerba non contiene disegni futuristi nè parole in libertà, e così leggo che Parigi non contiene più apaches, non case da gioco, non fastosi restaurants. Che proprio occorra la guerra per avere un poco di purificazione?

Il Giornale d'Italia ha in testa, a gran caratteri: «Quello che occorre affinchè l'Italia nessun detrimento abbia a soffrire dalla neutralità:

1. Una salda posizione diplomatica;

2. Un milione di armati, pronti ad ogni evenienza»

Siamo alla guerra anche noi? Ma questa parafrasi classica (Caveant consules ne respublica detrimentum capiat), non mi piace. L'espressione solenne mi fa l'effetto che nasconda non so quale incertezza. Guerra all'Austria? all'alleata di ieri? Perchè? Per inimicizia? No! Per necessità. Scrive un nazionalista: «Voi sembrate prossimi alla liquidazione. Ci dispiace: ma prima che la presa di possesso delle terre italiche si compia per parte di altri, è necessario che le occupiamo noi».

È un po' curialesco. Comunque, una sola cosa mi auguro, che non si avveri la profezia di Soffici — l'ho tanta paventata che mai osai formularla — andare in Albania a romperci le corna ancora contro Enver Bey.