28 Settembre. Scrive l'Avanti: Il proletariato italiano con voce unanime risponde all'appello del partito socialista, cioè neutralità assoluta.
Esaminiamo freddamente: un po' di crisi c'è nelle nostre democrazie: i massoni sono per la guerra; la tradizione garibaldina e repubblicana — piccola corrente, ma viva, di nobiltà italica — è per la guerra. Qualche socialista la rompe col monotono dogma proletariato e borghesia; guerra borghese, non ci riguarda. Volge l'occhio alla realtà terribile; osa scrivere queste parole: «È vero che la patria è tenera e prodiga a vantaggio di oligarchie parassitarie, ma è matrigna, dura, crudele con noi. Ma è anche assurdo pretendere di salire ai gradi superiori delle rivendicazioni sociali senza essere passati pei gradi inferiori. Vi disinteressate della Patria. Il vostro posto sarà quello che toccò ai compagni di sventura, ai triestini, ai trentini, agli istriani, ai dalmati, nei reggimenti offerti allo sterminio delle lance cosacche e delle potenti artiglierie degli eserciti dello czar».
Questi signori vogliono la guerra. Ma dopo aver seminato per anni ed anni il campo a patate, non è ingenuo pretendere che nascano rose, querce ed allori?
V'è in Italia — come sempre v'è stata, ed è la sua vera forza di Grande Nazione — una diffusa aristocrazia intellettuale, formata di solitari, di ribelli, di studiosi per lo studio — i quali non coincidono con gli studiosi delle accademie. Questa aristocrazia in eroici brandelli pur vuole la guerra. V'è chi ripete le parole del Cavour nel Parlamento subalpino, prima della spedizione in Crimea: La neutralità in questo momento vuol dire rinuncia alle aspirazioni avvenire.
Eppure l'Avanti! ha ragione. Chi vuole la guerra? Il così detto proletariato, no: la borghesia trafficatrice, il piccolo bottegaio, no: la gente d'ordine, di chiesa, no. Esiste in Italia un'aristocrazia dei natali, di origine nazionale e guerriera?
V'è inoltre fra noi una diffusa classe, e molto rispettabile — universitari, tecnici, uomini d'ordine — che vede nella germanizzazione del mondo una specie di necessità e di fatalità a cui china il capo docilmente, se non piacevolmente. Non è infatti la Germania la nazione meglio temprata alla concezione della così detta civiltà moderna? Questi signori sembrano dire: «la guerra è una barbarie; d'accordo. Ma alla Germania è lecita».
* * *
La Germania spedisce intanto, agenti di pace, i suoi socialisti presso i socialisti d'Europa: ma è la pax germanica. La Germania innonda i paesi neutrali (il mondo commerciale, il mondo universitario) di stampe informate al più puro metodo storico. Vuol dimostrare che è essa la minacciata, la aggredita. Gli aggressori sono gli altri: i Russi? gli Inglesi? i Belgi? i Francesi?
È impossibile non ammirare anche in questa enorme attività la potenza di quel popolo: ma è del pari impossibile essere persuasi. Quel popolo non assimila, non riscalda non conquide. Ma perchè «dimostrare» se è sicuro della vittoria? Perchè persuadere, se non esistono che Germania e Dio?
Forse i Germani stessi sentono che la vittoria materiale non sarà bastevole!