Voi pur ci avete beneficato, o Germani!


Milano, 14 novembre.

Hans Barth — lo sapete — è un tedesco amico d'Italia. Risiede in Roma; è corrispondente del Berliner Tageblatt; ha scritto un dionisiaco libro bizzarro sulle Osterie d'Italia, al quale libro il d'Annunzio premise una delle sue prose più togate e mitrate.

Ora Hans Barth scrive una lettera che è riprodotta nel Secolo di ieri, ed io ne approfitto perchè mi pare che essa lumeggi le cose che io sono venuto scrivendo, qua e là, in queste pagine:

Hans Barth dice molte cose bellissime e già dette, e apologetiche intorno ai Germani e parla della sentimentalità e della pietà germanica: ma quello che più interessa sono le parole in cui dichiara che in Germania non si tratta di una guerra dinastica e diplomatica, ma della guerra più popolare che un popolo possa mai combattere..., di una guerra veramente nazionale ed ideale, che ha già creato valori morali immensi e imperituri e che non possono venire capiti da chi non capisce il popolo germanico.

Hans Barth non dice perchè la guerra è popolare ed ideale per i Germani. Ma io credo che al lettore di queste pagine apparirà non oscura la ragione perchè questa guerra è popolare in Germania e vi crea nuovi valori.

Chi poi viene dalla Germania reca la maravigliosa novella di quell'immenso popolo, stupendamente tranquillo, sicuro del suo diritto, sicuro della vittoria. La gran dama teutonica e l'umile operaia ora fanno con pacate mani grosse calze di lana bigia per i soldati.

«Ah, ah — sentii esclamare di recente da un nostro deputato romantico — perchè anche noi abbiamo gente romantica — l'ulano feroce, l'ussaro della Morte, chi è? Forse un povero fanciullo dagli occhi dolci glauchi, e dalla capellatura bionda, che ieri raccoglieva fiorellini per la sua Gretchen; e gli fu imposto di calcar l'elmo, cavalcare, uccidere....»

Ciò è bello, è gentile, e sarà anche vero, ed anch'io l'ho qui detto.