[XXIX. — L'INUTILITÀ DELLA MIA SAGGIA ELOQUENZA.]
Io non avrei avuto questa conferenza con la signorina Oretta, se la persistenza di lei sotto la pergola non avesse eccitato sempre più la mia indignazione. E d'altra parte il mio amor [pg!203] proprio oltraggiato domandava qualche riparazione.
Ella si stava mattina e sera, sola soletta, sotto la pergola, curva a lavorare; con cane Leone, immobile ai suoi piedi.
Deliberato il colloquio, feci una toilette come per una visita di condoglianza. Infilai un paio di guanti e mi inoltrai per il vialetto. Il mio passo scricchiolante su la ghiaia fece voltare la testa ad Oretta. Cane Leone — maledetto sempre — era anche lui tetro: non voltò la testa, non latrò: ma si limitò a mostrarmi i suoi denti.
— Buon giorno, signorina Oretta — dissi. — Io sono dolente di non aver potuto salutare ancora una volta il signor Melai, tanto caro e simpatico giovane.
— È partito.
— Definitivamente, lo so.
(Silenzio).
— Permette, signorina, che io mi sieda?
— Ma la prego.