— Avete un bel violino, voi? — domandai.
— Uno stradivario!! — e pronunciò questa parola con voce tremante e lenta, quale un anghelos del teatro greco dovea usare per annunciare un portento. Poi rapidamente in dialetto: — «Am deven veint mella french. Ai ho domandè si j èra mat».
— Ma vendetelo subito!
— E con cosa consolerei la mia vecchiezza? — mi domandò il vecchio, mutando il dialetto nel parlare illustre e con un tuono semitragico di voce.
Veramente io, lì per lì, non compresi che rapporto ci poteva essere tra uno stradivario e la consolazione di colui, se non la vecchiezza d'entrambi: e rimasi a bocca aperta. Ma mi soccorse il droghiere dicendo:
— Questo signore suona molto bene il violino.
— «An di dal fott», non dite delle fotte, mi diverto col mio violino, — corresse il vecchio. — Ah, se fosse nelle tue mani, Paganini! il monte Cimone che è là, verrebbe a Paullo! — e chinò il capo dolorosamente.
— Veda, — mi ammonì con significazione il droghiere, — il signore non ha bisogno di vendere il suo violino, perchè è uno dei più ricchi del Frignano: guardi mo' qui.... — e prese bonariamente la grinzosa mano del vecchio che con riluttanza gliela cedette, e — guardi mo' questo! — e mi mostrò un brillante al dito, grosso come un bel lupino. — Deve poi vedere quelli che ha a casa!
E io che gli avevo dato del voi come ad un povero!
Che bella occasione era quella di accettare l'invito del vecchietto solitario, andare nel suo palazzo, sentire suonare il suo stradivario davanti a quei boschi e a quei monti! Ma, oimè, le ombre si facevano più lunghe, e la luce più rancia.