— Io lo presi per l'appendice caudale, credendolo morto.

— Ma lei non doveva, mi perdoni, prenderlo per la coda! In altri termini, lei ha martoriato l'animale....

Era mortificante che un uomo così grande dovesse confessare di aver martoriato un animale così piccolo, ma siccome nella mente del Professore stava inchiodato il tremendo sospetto che i maltrattamenti avessero potuto provocare nel topo lo sviluppo della rabbia, così fu costretto a confessare.

— Il volgo crede infatti, — disse il dottorino, — che i maltrattamenti, la sete, l'astinenza sessuale possano ingenerare la rabbia. Ma non è opinione attendibile.

— E allora? — chiese il Professore, che, per la prima volta in sua vita, si vedeva mescolato col volgo.

— Allora per trasmissione, cioè per innesto. Bisognerebbe, quindi, supporre che il topo di cui si ragiona, fosse stato, alla sua volta, morsicato da un gatto già infetto, il che si presenta poco verosimile.

— Ma non è inverosimile, — azzardò timidamente Fulai.

— Non è inverosimile, — confermò il dottorino con una calma esasperante; eppure la calma era fra le virtù più pregiate da Fulai.

— Sì, ma l'origine prima del virus rabbico?... — domandò Fulai; e quelle due parole, virus rabbico, gli davano una pena che non le poteva proferire: si arrestava spaventato davanti a quelle due parole, come davanti ad un abisso.

— Quanto all'origine, — disse il dottorino con un sorriso a labbra sigillate, — lei ne sa più di me: felix qui potuit rerum cognoscere causam, come dice Lucrezio.