Io mi rivolgo esclusivamente a lui e gli parlo con eloquenza così:

— Bravo, Biagino! Io ti ho osservato da questa mattina; e ti ho visto falciare. Il babbo tuo è alla guerra, e tu falci i campi per lui, tu maneggi con le gràcili bràccia di giovanetto la pesante falce paterna. Sei dunque forte, laborioso, costante. Bravo! Tu lavori e ti conquisti la vita nella tua giovinezza; e l'avvenire e la vita e la libertà dèvono essere di chi si conquista, giorno per giorno, la vita. Ma chi, cresciuto nei privilegi della ricchezza e degli agi, ignora i suoi più elementari doveri, mèrita di morire povero, scalzo, stracciato, servo, vilipeso. Bravo Biagino. E questo è per te!

Così dicendo, levai di tasca una bella moneta lucente da due lire e la donai a Biagino, pìccolo bifolco falciatore.

Questa fu la parte del mio discorso che Biagino mèglio capì. Arrossì di giòia, prese la moneta, fece uno sgambetto e se ne andò.

Ma Cirillino, che certo aveva letto le vite eroiche di Cornelio Nepote, avrebbe dovuto capir tutto. Lo guardai. I suoi occhi erano innocenti. O la sua mente non era capace ancora della associazione delle idee; o il professore non gli aveva ancora insegnato che la allegoria è una metàfora continuata; o da persona bene educata non aveva creduto conveniente prestare attenzione ai discorsi fra me e il piccolo falciatore. Quale si fosse la cagione, Cirillino non aveva capito niente.

Cirillino rivelava dal moto dei piedi un gran desidèrio di andàrsene.

— Quanto a lei, signorino, — dissi allora gravemente, — parlerò al commendatore, di lei padre. Lei ha bisogno di almeno quattro ore continuative di studio: dalle otto alle dodici, chiuso nella sua stanza; e non uscire! Ora vada.

Fuggì veloce come saetta dall'arco.

*

Ma poi, scendendo anch'io al mare, vidi Cirillino su la spiaggia, in costume da bagno, che a grandi ruote, correndo tra sabbia e mare, faceva la ronda attorno alla piccola Simonetta, col suo ruban su le chiome d'oro.