Non c'era mai stato al mercato. Una cosa sbalorditiva, enorme: tettoie, botteghe, magazzini, folla, urti, carri, carretti, furia, bestemmie. Un macchinario enorme formato di umanità in movimento. Povero professore! Oh, come era più tranquilla la più tumultuosa delle scuole!

Gli parve di essere come una festuca che si accosti ad una spaventosa motrice in gran movimento: soffia e butta via la festuca.

Anche lui fu soffiato via dalla folla.

E poi quel dialetto! Tutti parlavano in dialetto. E poi macchè dialetto! Gergo!

“A che valgano le scuole, almeno di italiano?„ pensava il professore. E pensava anche: “Dove trovare una faccia da cristiano a cui fare questo discorso: Signore, io avrei intenzione di fare acquisto di una certa partita di uva, matura e sana, ancorchè non da tavola, la quale però fosse a convenevole prezzo, allo scopo, ecc. ecc.„.

Tutte facce convulse, congestionate, tutta gente che si intendeva ad urli, a mimica, ad improperi. Ed era tardi: le otto. Alle dieci — gli avevan detto — il mercato è finito.

Potè accostarsi ad una faccia un po' civile — che gli fu indicata come mercante di uve, — ma fu dialogo breve:

— Quanti vagoni....?

— A me veramente basterebbe una piccola partita....

— Non lavoro in piccole partite.