Si parlava della Germania.
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Al contrario di certi uomini di scienza che trattano gli uomini di lèttere come una zoologia inferiore, egli era urbanissimo; anzi se mi vedeva un libro in mano, appariva festevole e mi chiedeva: “Che libro ha?„. E si compiaceva nell'aprire il libro e rinnovare la conoscenza con Dante, Machiavelli, Leopardi che egli onorava moltissimo, benchè.... benchè questi studi non fossero esenti dal perìcolo di privare l'uomo di quella esattezza, di quella normalità di cui il suo sorriso era indizio.
Questo benchè lo dico io.
Non egli disse, nè io osai insinuare per domanda.
Egli, pur conversando dottamente di Dante, del Machiavelli, del Leopardi, pur signorilmente sorrideva; e quel sorriso mi pareva come la lastrina di cristallo delle preparazioni scientifiche, che concede di vedere, ma impedisce il contatto. Egli vedeva l'umanità attraverso una lastrina di puro cristallo.
Ma quel giorno, 28 gennaio 1917, quando la porta si aprì e si presentò l'ing. Enrico Castel, non soltanto notai che il sorriso era sparito, come l'altra volta nel 1916, ma c'era di più: anche l'esattezza esteriore era scomparsa.
— Bisogna che venga io ad aprire, — disse, — perchè sono successe cose gravi.
Cose gravi? Ma sono quattro anni che nel mondo succedono cose gravi: il volto di molti uomini da quattro anni è deformato nel dolore, ma soltanto quella mattina vidi il volto dell'ing. Enrico Castel deformato. Il suo volto, come un delicato cartoncino bristol, pareva anzi spiegazzato.
— Venga, venga avanti, — disse, — e tenga il cappello in capo. Veda come sto io.