Si fermò premendo con una mano i battiti disperati del cuore, perchè sentiva che non avrebbe potuto parlare, e con l'altra stringeva i ritratti che dovevano illustrare il discorso.
Fece cadere il martello sul portone, che suonò tutto. Queste parole ballavano davanti alla mente di Furio:
“Signore mie, avendo udito che c'era una festa quassù, ho pensato di fare una giterella fin qui....„
Ma la porta si socchiuse e Furio vide il volto ben noto della servetta. Essa non ebbe nemmeno il tempo di domandare “chi è?„ che riconobbe il giovinetto; mandò un “oh!„ lungo lungo, poi dentro in casa.
Rimase sul limitare della porta socchiusa, e sentiva dentro un gran barattar di voci, un affrettarsi di passi come se la sua venuta avesse messo tutta la casa a rumore. Quale animo fosse il suo può ognuno di leggieri pensare: le fiamme gli salivano sul volto, ed era un incendio che avvampava dal cuore, quand'ecco comparvero le signore, cioè la mamma e la sorella maggiore. Furio non si ricordò più di quello che disse, ma avea consegnato i ritratti e se ne voleva andare.
Ce ne volle per farlo entrare e farlo sedere.
E l'Ida? L'aveva veduta un momento solo, sul limitare, alta, immobile, sbalordita con i grand'occhi aperti: vestiva di rosa e di bianco; qualche cosa di impossibile al tatto, da suicidarvisi vicino, subito. Ella non si mosse per dargli la mano, non disse una parola: poi andò via.
— È stato il fotografo che mi ha pregato tanto di venire a portare questi ritratti.... — diceva Furio alla sorella maggiore che era rimasta nel salotto, perchè la signora se ne era andata per un momento. — Un bravo artista che non ritocca i ritratti....
Furio parlava così quando risuonò una grossa voce d'uomo che veniva giù dalle scale e parlava con la signora.
Era la voce di lui, del babbo. Furio se ne era dimenticato. A quella voce sentì un rimescolamento dentro e si levò in piedi: qualche cosa di simile come agli esami di matematica. Poco dopo Furio vide entrare il babbo e udì quella voce baritonale che fra le altre cose diceva: