Gli scolaretti mi stavano a sentire a bocca aperta e andavano dicendo per il paese che un professore come il signor segretario comunale non lo avevano avuto mai; che si divertivano tanto a sentirmi: gli occhi poi di Lia mi guardavano sempre più attoniti e, fuori, il religioso silenzio della scuola era interrotto dal ci ci allegro di molte nidiate di passerotti che prolificavano in un piccolo giardinetto.
Non ti negherò per altro che alle volte ero preso da un sentimento come di rimorso. “Faccio male — dicevo fra me — a turbare quell'anima ingenua, a pascerla di fantasie che non avranno mai riscontro nella vita. Gli eroi come i santi sono morti: inutile il rievocarli.„ Però un bel giorno feci l'amara scoperta che la mia scolaretta non dava segno dell'infezione idealistica che io le somministravo giornalmente.
I cómpiti di lei erano un documento irrefragabile. Certe tesi morali, a bastanza audaci, che io dava da svolgere, erano da lei ricondotte con frasi semplici e piene di buon senso al loro termine giusto, e con una temperanza di criterio che si sarebbe detto un aperto rimprovero al maestro.
Ne rimasi male e mi sentii mortificato.
Le mie classificazioni stavano sul livello del cinque, e ogni tema portava una di queste note: — Tema pedestre — Puerile — Manca ogni senso dell'arte — Difetto di idealità — e simili.
“Ma insomma, signorina, — le dissi una volta, — non è capace di far meglio?„
Mi rispose con voce piagnucolosa:
“Ma, signor professore, io non sono buona di fare i lavori che fanno gli altri„ (gli altri, cioè i compagni, facevano, a onor del vero, dei cómpiti della più sfacciata retorica); e proseguì: “io non capisco che cosa è questa idealità che lei vuole!„
Io la guardai fissamente, e i suoi occhi mi guardarono assai attoniti.
Un giorno leggevamo un passo di non so quale autore, dove era detto che la vita è una cosa triste.