Dopo queste cose egli parlò poco di più.

Venne il servo; portò il veleno; gli insegnò, da persona esperta, il modo che doveva seguire perchè il veleno presto salisse al cuore.

Poi il servo se ne andò, dicendo a Socrate: — Addio, Socrate, procura di sopportare l’inevitabile meno dolorosamente che tu possa.

— Si, addio anche a te, caro, — gli rispose Socrate: E vòlto agli amici: — Era una garbata persona, colui. Mi ha tenuto spesso compagnia.

Poi prese con mano ferma il veleno e bevve tutto di un fiato.

Allora la carcere si riempì di gran pianto. Ma Apollodoro, che tutto quel dì aveva lagrimato come Santippe invece di ascoltare i discorsi di Socrate sull’immortalità dell’anima, diè in un urlo, e venne fuori di sè, e fu allora che Socrate gli disse: — Ho mandato via Santippe specialmente per questo, per non vedere questi eccessi e queste lagrime. — Ed affissando con le grandi pupille gli amici, soggiunse: — Io ho sempre inteso dire che conviene morire lietamente.

Poi attese camminando, finchè il gelo della morte gli giunse al cuore. Allora si sdraiò e si copri il volto. Ma ad un certo punto si riscosse e discoprendosi del lenzuolo e rivolgendosi a Critone, mormorò queste ultime parole: — Critone, noi siamo in debito di un gallo ad Esculapio. Dateglielo. Non ve ne dimenticate!

*

Esculapio era il dio della medicina, ed era costume in Atene, come oggi si paga il medico dopo che vi ha curato da qualche infermità, di fare un regalo al dio. E così Socrate voleva pagare e ringraziare il medico Esculapio per averlo guarito con la morte del male della vita.

Socrate aveva, forse, trovato l’ultimo corollario della legge sul Piacere e sul Dolore. Era stato liberato dalla catena della vita, e forse allora sentiva piacere. Questo è quanto di più preciso noi sappiamo intorno all’immortalità dell’anima.