Il dì seguente, mentre dipingeva nella Pineta, sentì un passo dietro di sè.
Si volse.
Era l'uomo dai sandali in attitudine rispettosa, col cappello in mano.
— Signorina — disse l'uomo arrossendo tuttavia — il luogo è male adatto per parlare ad una donna; lo riconosco, ma il bisogno di giustificarmi è anche più forte. A me, ieri in chiesa, è venuta fuor delle labbra una parola banale. Ma io le giuro due cose: la prima che essa non era detta con intenzione: e mi crederà considerando che un uomo, alla mia età e come me, sarebbe da esporre al vituperio publico se osasse rivolgere a lei un'espressione amorosa: la seconda è che io non avevo nessuna idea o voglia che ella sentisse. Io solo sentii nascere entro di me quella parola, eppure lei ha udito! Io ne sono mortificato dolorosamente e vorrei che ella mi perdonasse.
Nadina sorrise a quel bizzarro discorso e sorridendo, guardava l'uomo che così andava parlando. Se un'alta fronte — largo campo alle battaglie del pensiero — non avesse parlato in favor suo, ella avrebbe così giudicato di lui: «anima di fanciullo imprigionata in un corpo d'uomo.» E fu per questo, cioè per la sincerità e la ingenuità che trasparivano da quel volto, che Nadina disse schiettamente:
— Caro signore, una donna non può offendersi di una simile parola se non quando la giudicasse irriverente o detta per beffa, il che non posso credere per rispetto a me ed a lei.
***
Di questo singolare personaggio non fu difficile a Nadina sapere vita morte e miracoli.
— Io sono un uomo relativamente felice, signorina — disse l'uomo — perchè un certo benessere materiale mi ha dato e mi porge libertà di seguire i miei istinti di osservatore e di filosofo. La mia vecchia ed ottima madre provvede ad ogni mia minuta ed umile cosa personale, un mio amorosissimo fratello, minore di me, è ragioniere e uomo d'affari. Egli sorveglia l'azienda domestica, così che io non ho da pensare a nulla per questo lato, inoltre — tranne la passione di viaggiare che mi prende di quando in quando — io sono di così pochi bisogni com'ella può vedere osservando la mia persona esteriore. Che cosa sarebbe stato di me se avessi dovuto lottare per il pane quotidiano? Fremo al pensarci. Ma forse la natura avrebbe provveduto e, chi sa? con mio beneficio. Mi avrebbe distolto dalla via per la quale mi sono messo e dalla quale non ho ricavato alcuna soddisfazione. Proprio nessuna!
È da molti anni che io mi affatico intorno a questo antico problema, posto già nettamente da Aristotele, rinnovato in ogni tempo e specialmente nel tempo nostro: vedere cioè per quale via si possa assicurare all'uomo la maggior somma di felicità e di benessere, di verità e di giustizia. Ma come il chimico non può separare alcune sostanze se non col pensiero, così io dopo avere cercato di isolarmi, di sterilizzarmi per così dire da tutti gli errori, le tradizioni, i pregiudizi, mi sono accorto che nel laboratorio chimico del mio pensiero non è possibile isolare nè la felicità nè la verità. Esse vivono in quanto sono mescolate all'errore!