E allora mi tornò alla mente un mio compagno di collègio al Marco Foscarini di Venèzia, il quale era di Asiago, parlava tedesco e si vantava di èssere discendente dei Cimbri. Gherardo era il suo nome, ed anche nell'aspetto era quasi cimbro: massìccio, alto, occhi freddi, cèruli, capelli irti di un biondo pàllido. In quei tempi in cui nelle nostre scuole tutto era tedesco, dalle edizioni Taübner al bastone Jäger, quel mio compagno Gherardo era molto stimato dai professori. Egli poi aveva instituito in collègio una spècie di Santa Vehme o tribunale secreto, da cui io subii molte condanne. Le mie tènere spalle prèsero molti e segreti pugni: mai però volli riconòscere l'autorità della Santa Vehme.
Mi sorrise allora l'idea di vedere Asiago che è in alto su l'alpe; ed altresì di strìngere la mano al mio compagno Gherardo. «Di Sante Vehme — diceva fra me — ne ho conosciute poi tante che non è il caso di serbar rancore per quella che tu fondasti in collègio. Qua, dunque, la mano, amico, e beviamo insieme.»
Così gli volevo dire, rivedèndolo ad Asiago.
La ferrovia, a rotaia dentata, che conduce ad Asiago, dìcono che sia molto interessante; e anche questo costituiva un motivo per discèndere alla prima fermata.
— Scende o non scende? — mi disse bruscamente la guàrdia a Vicenza.
— Sissignore, scendo.
— Allora fàccia presto perchè il treno parte sùbito.
Scesi: ma appena il diretto si fu dilungato via, quasi ne ebbi pentimento. Tutto chiuso, buio, tutto addormentato ancora alla stazione di Vicenza.