Pìccola casetta di Bellària, non lagrimare! Io ti devo dire una verità amara: Io non ti amo più!

E pensare che quando nove anni fa ti fabbricai con quei pìccoli risparmi, mi pareva che i mattoni che si posàvano sui mattoni, cementàssero anche una mia pìccola felicità con un pìccolo sole autunnale! Ed io dicevo al buon mastro: «fammi le mura ben grosse, ben sòlide». Ora io dico: «Casetta, perchè non crolli, tu? pìccola casa sul mare, perchè non ti venne l'eccellente idea di crollare quando è venuto quell'uomo nero del fisco?». L'uomo del fisco che guardava e diceva: «Ma questa casa è una fortezza, un màstio, una rocca! Lei ha fabbricato senza rispàrmio! Oh, anche belle pitture! E quell'indivìduo lassù, sul soffitto, col cappùccio rosso e una rosa in mano, chi è?».

«Dante», risposi io, pensandomi con quel nome di commuovere il cuore del fisco.

Ma l'uomo del fisco piegò in giù le labbra come per dire: «che lusso!».

Perchè non crollasti quel giorno, pìccola casa? Soffitto con Dante dipinto, perchè non precipitasti!

Io la fabbricai la pìccola casetta — sì è vero — per mia pace e de' miei, e questo è un lusso, lo riconosco; ma anche per ricoverare vècchie cose, vècchie masserìzie, errabonde come me per tanti anni; le quali mi pareva che domandàssero, anche esse, pace ed asilo. Le ho ricoverate nella casetta, sì che la camera da letto sembra quasi una bottega da rigattiere!

Ma quando di lùglio, alle quattro del mattino, spalancavo gli scuri, e dalla gran finestra entrava, io non so bene, se la luce dei pianeti e delle stelle o del nuovo giorno, e poi il fiammeggiare dell'aurora dal mare, era una gran letìzia, una gran frescura: e, nel silènzio profondo, io udiva un bisbigliare tènue: «ringraziamenti».

«Ringraziamenti», dicèvano le vècchie cose.

Levava io appena la testa dal capezzale, e vedevo il sole che si allungava per istaccarsi dall'azzurro del mare: e sùbito, da così lontano, mandava già pennellate d'oro su le pareti.

Dicèvano le vècchie cose: «Io sono la pìccola Madonna che per sette anni fui appesa sopra il tuo lettìcciolo in collègio; io sono il magro e ardente dàlmata, tuo professor Politeo dalla pupilla irònica; io sono il professor Carducci; io sono la prima scarpetta di Titì (l'altra scarpetta andò perduta; chi sa dove sarà); io sono la rossa santacroce che la mamma tua trapunse quand'era giovinetta, anno mille ottocento quarantotto! (mi sèmbrano màcchie di sàngue del suo cuore); noi siamo i libri di medicina e di legge dei vecchi tuoi. Fa conto, figliuolo, di èssere conte o marchese!»