Ma già la città si destava, qualche negozio era aperto: svelto, barcollando sotto il peso del «bigòl», passàvano le contadine col loro cappellùccio: odor di maggiorana; vasi di rame lucenti, colmi di latte; e un cinguettar di richiami, di saluti cadenzati: «Buon dì, ciciricì!».
Ad un tratto stupii: davanti ai miei occhi dilatò una piazza con palagi regali, eccelsi: cùpole, domi, logge si incendiàvano ai raggi del sole. Ricordai: lì era stata Venèzia, la Serenìssima. Gente togata e guerriera sporgeva fantasticamente da quei palagi.
— Com'è quel brulichio scuro lì nella piazza? — domandai.
— Oggi è mercato.
Il tram mi riportò onestamente alla stazione. Sono le sei e mezzo. I colli Bèrici rilùcono ora di una verdura profonda; le chiome, o tonde, o cuspidate degli alberi (pini, cipressi), dentèllano il cielo, che adesso è di una purità di cobalto intenso. C'è una villa lassù? Una villa settecentesca, con logge e colonne, affrescata dal Tièpolo? Socchiudo gli occhi: vedo tutti i personaggi del Fogazzaro: le dame in tupè bianco: i signori xe tuti lustrìssimi, con bei panciotti a fiorami: sièdono presso una bella fontana, fra quella verdura. Si dòlgono si pèntono di lor dolci peccati, e se li accarèzzano: si scàmbiano motti leggiadri in francese e in italiano venezièvole.
Ma Franco e Luisa del Pìccolo Mondo Antico non sono lì. Essi stanno in disparte ed immoti: i loro occhi tranquilli e tetri si vòlgono verso la terra, dove siede di per sè, immèmore, la pìccola Ombretta:
Ombretta sdegnosa del Missisipì.
Ella porta le pòvere scarpette, cucite da sua madre; ella giuoca immèmore con una sua pòvera bàmbola. Perchè lagrimai allora in quel mattino? Perchè vidi anche la barba nera, il volto tèrreo di Giovanni Segantini che dipingeva con sacri segni quel quadro, dove sopra un cimitero due àngioli sostèngono verso il cielo una pìccola creatura?