Capìtolo IX.
MAGISTER ELEGANTIARUM.
Il giovinetto che era con me in quella spècie di scàtola bucata che è l'automòbile Bologna-San Piero a Sieve, pareva su le spine.
Egli era in quella età beata ed ancora implume, in cui nei tempi antichi si andava paggi e damigelli presso qualche barone. Mi si presentò nel fatto: Pierettini Giùlio, impiegato nella ditta «Daruk und Sohn», fabbricatrice di grammòfoni, fonògrafi e dischi dei più cèlebri artisti, con depòsito generale in Milano, via X, n. 7.
Egli non andava, come me, a Scaricalàsino — paese alla sua volta anche a lui sconosciuto — ma più oltre....
— Mio dio, dio mio! — diceva fra il sèrio ed il faceto — se si va avanti così, io sono completamente rovinato!
— Ma in che cosa rovinato, bel signore?
— Ma i miei vestiti, porco can! Non vede lei in che stato sono ridotto?
Confesso che io fui molto sorpreso da queste parole, perchè io ammiravo — oltre che il paesàggio — anche il mio compagno.
Egli era un paradigma: pareva venuto fuori, fresco fresco, da una ditta di mode: High life, English taylor, Al mondo elegante.
Egli non guardava punto il paesàggio; ma si stava tutto composto sul suo seggiolino, e ad ogni colpo del polverone, piegava il capo come il soldato nuovo, ai primi colpi di fucileria.