Di lei più nulla si sa, più non si parla, e pure mi pareva che la sua imàgine mi venisse incontro di là dove agli innocenti si risponde.
Quale strano nome tu le imponesti! Ma era un nome itàlico: Gaja? Letìzia? Alba? Allegra? Sì, Allegra, tu la chiamasti così: ma ella morì da te lontana, e aveva cinque anni, in quel convento di Romagna. Morta la tua pìccola gaiezza! morta la tua letìzia, la bimbetta tua! Perchè è morta? e di qual male è morta? e dove adesso ella è?
Le mònache di quel convento la chiamàvano la fìglia dell'inglese, e questo è quello che esse ricòrdano di lei: «aveva gli occhi azzurri, i capelli neri, le manine affusolate. Aveva nome Allegra, ed era fìglia di Lord Byron. Era buona e gentile ed era la nostra gràzia. È morta, non sappiamo di qual male. È morta. E poi che ella fu morta, venne un uomo di terra lontana, alto della persona, coi capelli inanellati e gli occhi azzurri. Si sentìrono forti grida nel monastero. Milord piangeva perchè era morta la sua creatura. Fu composta in una ghirlanda di fiori, fu deposta in una tomba, e il padre incise il motto: «Io andrò a lei, ma lei non tornerà a me».[4]
Non so perchè una gioja di pianto allora mi ravvolse. Mi pareva che veramente ci fosse il paradiso per gli innocenti: e la pìccola inanellata Allegra io la vedevo che si sollevava ridente sopra le mònache morte; ella diceva: «Io sono la pìccola Ifigenia!».
E fu dopo di allora che il poeta corse alla sua morte. Certo tu non l'hai lasciato per iscritto, o poeta, perchè soltanto alla morte e non alle muse si confìdano le parole supreme.
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Le acque dell'Arno corrèvano continuamente; e altre parole supreme mi vènnero incontro. Perchè fu a Pisa che la lèttera del padre Monaldo Leopardi raggiunse il figlio Giàcomo. A Giàcomo Leopardi nessuna venustà della persona, nessuna voluttà, nessun onore in vita! Giàcomo Leopardi aveva fuggito il padre e la gran casa di Recanati, come una maledizione. Ora egli dimorava in Pisa, e qui lo raggiunse quella lèttera del padre Monaldo, scritta da Recanati, il 16 màggio 1828, che gli annunciava come l'àngiolo della morte era passato sopra la sua casa, inalberando lo stendardo del pianto. Era morto Luigi, il giòvane fratello di Giàcomo. Diceva Monaldo: la morte spezzò la corona delle giòvani olive che èrano l'allegrezza e il decoro della paterna mensa. Quali parole! Allegrezza, giòvani olive, paterna mensa! Che cosa era in confronto la glòria ricercata dal fìglio? Egli cercava la glòria e la sapienza, e incontrava sempre la vanità. Quello e non altro che gli scriveva accoratamente, timidamente suo padre in quella lettera: Giàcomo mio, salviàmoci. Tutto il resto è vanità! Forse quel salviàmoci può sembrare grottesco; ma fu destino del conte Monaldus de Leopardis, in parrucca e spadino, già nel secolo XIX, parère grottesco; eppure se il padre e il fìglio fùrono divisi nella vita, io li vedevo congiunti nella morte.
Tutti morti nella giovinezza, Byron, Shelley, la pìccola Allegra, Leopardi: ma una imàgine perdurava nella vita: impinguava, deformemente impinguava. Chi? La contessa Guìccioli.
C'è il barone Hübner che nelle sue memòrie parla di una decrèpita dama alle Tuileries, obesa e semi-idiota, a cui però tutti rendèvano onore di curiosità, perchè era stata l'amante di Byron.