«A ben considerare — pensai — si tratta anche qui di un faro e noi qui siamo presso un mare; il mare delle genti teutòniche, che batte contro quei monti che corònano il Garda, laggiù. Ma noi vogliamo èssere ragionèvoli e buoni fratelli in Cristo. Voi, bravi tèutoni, ricordate il millenàrio vostro impero quando, a cominciare da Carlo Magno, la spada teutònica pesò sopra di noi: noi abbiamo altra ìndole e non ricordiamo. Noi non ricordiamo quasi più che, qui presso, sta un'altra antica torre, più giù: la torre di Solferino. Lì veramente, il 24 di giugno 1859, Napoleone III spezzò quella vostra spada teutònica che ancora gravava su noi. Ma nessun faro vi splende, nessun segno votivo!»
Ecco, corriamo adesso lungo i begli spaldi di Verona. Brìvidi di luce còrrono già per la campagna. Così doveva essere nell'estate del 1859, quando il grosso prìncipe Plon-plon, a fùria, nella berlina stemmata con l'àquila di Frància, entra in Verona «fedele»: le sentinelle austrìache guàrdano attònite ai colori di Frància. Appare in tùnica celestina l'èsile sire d'Absburgo, l'erede di Carlo V. Si duole assai il giòvane sire, che non rivedrà più la Madonnina del Duomo di Milano, retàggio di Carlo V. Non la vedrà più! Ben sperava di rivederla la mattina del 24 giugno! Ora non più. Mai più!
Sèmbrano vicende d'altri sècoli. Ma il sire di Absburgo è ancora vivo, e noi lo chiamiamo, con dimestichezza obliosa, Cecco Beppe; ma il mare delle genti teutòniche è laggiù, in fondo al Garda; ma il mare delle genti croate e slave batte ad oriente. Hanno rude ànima e bellìgera mano quelle genti. Essi non prègiano la nostra gentilezza latina: e forse questo dolce mattino geòrgico non li inèbria della santità della pace.
Quali pàgine del futuro sono scritte nel quaderno che sta su le ginòcchia di Giove?
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Io andavo su è giù pel corridòio, io ero il padrone del treno. Non c'era nessuno. Il treno pareva fuggire pazzamente per conto suo, ed io guardavo con la curiosità di un bambino la campagna dai finestrini aperti.
Già albeggiava. Che puro, che ridente mattino! Quali verdure profonde, allineate, ordinate! e qua e là, ampi rettàngoli gialli, formati dalle stòppie del grano, reciso pur ieri. I covoni del grano d'oro si allineàvano a pèrdita d'òcchio; e la bianchezza dei buoi si moveva già per ròmpere le stòppie, nella frescura dell'alba. Dolce mattino geòrgico! oh palpitare del lago di Virgìlio!
Quanti sècoli sono, o inesàusta terra d'Itàlia, che tu in lùglio dài tuoi belli esami, combatti le tue buone battàglie!
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