Ma qui il mio naso andò a bàttere contro una pìccola làpide incastrata nel muro.
Questa làpide non era in latino, ed io di sòlito quando trovo una làpide in latino, non la leggo per non spogliarla del suo paludamento. Era una làpide in italiano, anzi in veneziano.
Diceva così:
MDCLXXX, III ottobre. Andrea Bodù fu de Andrea, fu bandito per gravissimo intacco de cassa fatto nella càmera di Vicenza essendo camerlengo in quella città.
Camerlengo è una parola che oggi pochi capìscono, ma a quei tempi la capìvano tutti: vuol dire tesoriere, cassiere.
«Bravo, signor Bodù — dissi, — lei dunque, nell'anno 1680, essendo tesoriere di Vicenza, rubò il denaro dello Stato!
«E non sono solo — risponde il signor Bodù —; chè se lei va nel palazzo qui vicino, trova la làpide del signor Venturìn Maffetti, quondam Giàcomo, nodaro, anche lui bandito dall'ecelso consìglio dei Dieci per enorme intacco di pegni ascendente a riguardèvole somma di denaro, a grave pregiudìzio della pùblica cassa.
E il signor Bodù ed il signor Venturìn non sono soli! Essi sono, in altre làpidi, in compagnia del signor Giàcomo Capra, contador, che certo vuol dire «contàbile», della cassa grande, bandito come ministro infedele e reo de grave intacco fatto nella cassa medesima.
E v'è anche il signor Francesco Magno, provveditore agli ori et argenti in zecca, bandito anche lui capitalmente, per grave intacco alla cassa, commesso con turpe infedeltà et abuso del pròprio ministero. E vi sono i sigg. fratelli Antonio e Zuanne Stralico, ossia Sirùpolo, ragionati [che senza dùbbio vuol dire «ragioniere», come dìcono ancora a Milano] ed altri notari, ed altri ragionati e camerlenghi, tutti rei di enormi gravìssimi pregiudizi inferiti al pùblico patrimònio.
Si rubava dunque il denaro pùblico anche sotto il tremendo governo della Repùblica di Venèzia?