— E te ne preoccupi ancora?

— Potrebbe ripetersi nell'avvenire.

— Questo è più grave. Ma, spiegati: di che si tratta?

— Ecco, — incominciò Rosalba, e andò ad assicurarsi che la porta fosse chiusa. — Ti ricordi di Frida Wok, quell'istitutrice di Monaco che tenni in casa mia per un anno e che partì alla nostra dichiarazione di guerra alla Germania? Mio marito la chiamava “l'ussero della morte„ perchè vestiva sempre di nero e portava come spilla di cravatta un piccolo teschio d'oro.

Rammentavo perfettamente quella ragazza alta e fulva, abbastanza seducente pur nelle linee dure del volto e nei chiari occhi di gatto. La incontravo quasi sempre in casa Tranesi e spesso in giro per la città, a piedi o in automobile coi due bimbi della mia amica e m'ero talvolta sorpresa di certe sue espressioni di serafica mansuetudine così in contrasto con la mascolinità del suo volto e con la voracità del suo sguardo.

Io la chiamavo dantescamente la tedesca lurca.

— Me ne ricordo. Ebbene? — la incitai con curiosità.

— Ebbene, dalla Svizzera dove andò a rifugiarsi, costei continuò a scrivermi di quando in quando, raccontandomi in un cattivo italiano, imparato in pochi mesi, le sue varie vicende, parlandomi di certi suoi piccoli allievi russi ai quali non può voler bene come ai miei figli, e sospirando in ogni lettera, regolarmente aperta dalla censura, la fine della guerra e la gioia di poter ritornare in casa mia.

— Non mi pareva tanto tenera quand'era qui — osservai, ricordando qualche suo scatto nervoso subito represso dalla consueta soavità.

— Faceva il suo dovere. Null'altro. Però da alcune ore mi tormenta il sospetto che qualche volta abbia esorbitato dalle sue semplici funzioni d'istitutrice.