Ottavia lo lasciò parlare sino alla fine, attese ancora alcuni minuti, fissandolo con lo sguardo interrogativo, la confessione di quella semplice realtà e, constatando che il momento della rivelazione non era ancora giunto, si strinse nelle spalle con una piccola smorfia sdegnosa, poi s'alzò, mosse alcuni passi sul folto tappeto persiano che copriva interamente l'impiantito della vasta camera gialla.
Giallo era il broccato della coperta sul letto disfatto, gialla, incrostata di merletti di Venezia, la seta delle tende alle due finestre altissime, d'un chiaro giallino il legno di cedro dei mobili e le due poltroncine basse ai lati del tavolino da tè, e di un intenso oro caldo a riflessi di rame la grande cornice ovale che occupava la parete al disopra del divano, la cornice preziosa la quale racchiudeva un delicato pastello: il ritratto di Ottavia Dimauro.
Ella sollevò il capo e si fermò dinanzi a quell'altra se stessa, così somigliante pur nella leggera nebulosità del colore sfatto che le parve di vedersi in fondo ad uno specchio antico, un po' velato dalla polvere e dal tempo, oppure in fondo ad un'acqua stagnante in una luce di crepuscolo.
Scendeva difatti la prima ombra della sera dai vetri chiusi dietro le cortine leggere, e la violenza ardente di colore da cui traeva tanto risalto la particolare bellezza di quella donna bruna e pallida come un'andalusa, si fondeva ora dolcemente in un'armonia più discreta e più raccolta.
I larghi occhi neri di Ottavia fissavano i larghi occhi neri del ritratto che apparivano immensi e profondi nella penombra.
Era stato quello sguardo immenso e profondo, segnato con pochi tratti di colori da un pittore grande e modesto, ora morto, ad avvicinare quasi d'improvviso i loro destini in un amore durato oltre due anni e pieno di tumultuosa intensità di vita.
Dino Altavilla vi si era fermato dinanzi in una esposizione d'arte, lo aveva osservato contemplato meditato interrogato a lungo, per molti giorni, finchè si era risolto ad acquistarlo per giungere a conoscere, se veramente esisteva, la creatura umana a cui splendevano in volto quegli occhi.
Codesta creatura umana esisteva, era una giovane signora sola, che abitava una villa in una piccola città di provincia, dove il pittore, passando per svago un'estate, le aveva fatto, per proprio diletto, il bel ritratto a pastello.
Il permesso di venderlo ad un ammiratore sconosciuto che il ritrattista le chiese per iscritto, il gentile consenso della signora e una successiva lettera di ringraziamento di Altavilla gli porsero l'occasione di una corrispondenza cortese, a cui seguì ben presto un incontro e quando, poche settimane più tardi, il nuovo amico la pregò di venire ad ammirare il ritratto in una cornice e in un ambiente degni della bella opera d'arte e della bella opera umana ch'esso rappresentava, Ottavia Dimauro fu accolta in quell'appartamento lussuoso e misterioso, a terreno d'una villetta suburbana, dove ogni cosa era stata scelta e disposta con una sapiente cura d'amore.
Da allora ella vi era ritornata ogni settimana, vi aveva talvolta passato giorni e giorni, notti e notti, in quella completa libertà di esistenza che il suo stato di donna sola, separata da un marito ignobilmente vizioso, le concedeva.