Il lettore troverà in queste centoquaranta pagine dell'Anima qualche cosa di soverchio che ci fu necessario di lasciare così per tenere insieme nella materia uno spirito troppo irrequieto; e spero che non gli vorrà far colpa se nella foga dell'improvvisazione e del dolore il giudizio di chi scrisse sulle cose e sugli uomini e il tenore dello stile travalica di qualche linea la misura.

Il Bazzero fu un diligente coltivatore del dolore e lodando lui, a questi soli splendenti, si può far credere che si voglia rimettere in auge un genere d'arte che si estinse da un pezzo nelle proprie lagrime.

Sappiamo anche noi che uno dei modi di rendere le nostre passioni troppo intense e malaticcie è di rifiutar loro ogni consolazione, e che nel moderato esercizio dei nostri affetti è l'equilibrio della vita, e forse la felicità. Il Bazzero ebbe torto di rifiutare tutte le gioie che questo mondo gli poteva dare, e di schernirle, come insulse o troppo volgari; ebbe torto di credersi più forte della natura, che è la fonte della vita e di avere quasi una superstiziosa paura di ciò che in qualche modo poteva fargli piacere. Sappialo che è meglio allargare la vita in cerchi sempre più grandi fino a comprendere la rassegnazione e la coscienza delle umane cose, anzichè restringerla nella celletta del cervello per forza d'una morale contrazione.

Ma ogni più bel ragionamento non ha mai guarito un cuore afflitto, e quand'anche il Bazzero non fosse figlio del suo tempo, malato per troppa delicatezza morale, avrebbe avuto questi torti in comune con quasi tutti i più grandi poeti dell'umanità che non conobbero le matematiche leggi dell'equilibrio.

«No, scriveva il Rousseau, la natura non mi ha creato per godere; ella ha distillato nel mio cervello il veleno di quella felicità ineffabile di cui ha messo il desiderio dentro il mio cuore.»

È del Wagner la sentenza che non riesce a nulla se non chi è sempre malcontento di qualche cosa.

Nel Giornale intimo di H. F. Amiel, che suscitò recentemente in Francia un interesse assai vivo, e che offre la storia di un altro pensoso solitario, s'incontra spesso questa scoraggiante compiacenza di voler essere infelice quasi a dispetto della natura. Anche Amiel scriveva: «Diffido di me e della felicità perchè mi conosco.» E se non fosse la paura di offendere la santa modestia dell'amico, vorrei trovare nel Leopardi, nell'Heine, nel Byron, nel Tasso i suoi fratelli maggiori.

Da questo stato dell'animo, prodotto alla sua volta da inevitabili condizioni fisiologiche, deriva spesso quella specie di malattia della volontà, che si trasforma in una mutabilità continua di desiderii e di propositi, in una incostanza di simpatie, in trasporti vivi e in profondi abbattimenti, come fu veramente la vita del nostro. Per superare una difficoltà a cui sarebbe bastata una schietta e franca deliberazione, noi lo vedemmo riprendere gli studi classici all'Accademia di Milano, coll'intenzione di laurearsi in lettere, e poi smetterli per darsi tutto allo studio delle lingue moderne, e tentare la pittura, e maledire libri e pennelli, per tuffarsi nella politica e nella carità, senza che nella sua coscienza entrasse mai la persuasione che tutto ciò gli potesse servire a qualche cosa. Sempre egli ritornava poi alla solitudine del suo studio, scoraggiato, affranto, ammalato di desiderii infiniti, e cercava la pace al bromuro di potassio.

Colla storia dell'Anima si collegano gli scritti che seguono, cioè gli Schizzi dal mare o Acquerelli com'egli li intitolò variamente.

Sono un poema marino, in una forma sciolta dal verso, ma risonante di melodie interne, luccicante di colori e d'immagini, in cui l'anima del Bazzero trabocca ne' suoi momenti migliori.