Non ci intrichiamo nella storia a stabilire date o a fissare il progresso di questi Saraceni, ma pel romanzo accettiamo la tradizione.
Più breve d'ogni cronista, e senza mettere date, eloquentissimo, il romito che scrisse lasciò questa memoria:—Cadde Genova, cadde Casale, cadde Torino. Alzor è alla Dora!
Alzor era alla Dora. Una sera di un giorno vittorioso egli aveva posto l'alloggiamento in un Santuario della Vergine. Fulgente di gioia, gloriosissimo e temuto, sontuosamente vestito, colla spada ricurva e con un pennacchio di diamanti, egli sedeva sui gradini dell'altare maggiore: gli incensi cristiani e e gli aromi insidiosissimi degli harem intorno a lui spandevano tepori e profumi: uno schiavo di Provenza suonava l'organo da flato: vampeggiavano per scherno sulle fredde lastre dei morti due grandi cataste di pino olente: danzavano seminude, procaci e velenose, o si raccosciavano sui sacri paramenti, afflosciate dalla voluttà, venti schiave diverse, dalla nerissima alla bronzina, alla candida rosata. Alzor banchettava: servivano a lui e alle femmine i vasi d'oro e d'argento, che aveva predato nella sua corsa di conquista, e per abiti si buttavano indosso le planetas de coco e toalias cum frixio, opere plumarie, e crysoclava et vela holoserica, de basilisci, fundatum de alithinum, della Soria, di Costantinopoli, della Persia, dell'Egitto, le cose insomma che troviamo nelle cronache dell'evo medio, e gli ornamenti, come inaures, anulos, dextralia et perselides, monilia olfactoria, acus, specula. Dall'Africa e dalla Spagna aveva rubato cortinaggi, addobbi, tapetia belluata, che Sempre trascinava con sé, profumandoli coi nettari e insozzandoli col sangue, letti di voluttà e coltri pei moribondi.
Alzor, dice il romito, calpestava una veste della santa Madonna di Provenza, vestem chrysoclavam ex auro gemmisque confectam, habentem historiam Virginis cum facibus accensis mirifice comtam. Alzor giaceva trionfalmente sui cuscini palpitanti di otto o dieci ardentissime more: Alzor, al principio dell'orgia, s'era circondato di cento armati fedeli: aveva il carnefice al fianco, e pure a fianco un bardo ispirato della sua razza che cantava le vittorie di quel giorno e la somma protezione di Maometto:—O felice, o potente, o caldo, o amato, o pasciuto, o protetto dal profeta, Alzor! Tu hai Dio, il denaro, la donna, la spada, la vittoria. Preghi coll'ardore del nostro sole adorato: getti le gioie e gli ori come il villano getta la semente: le donne si sdraiano su tuoi tappeti e muoiono di voluttà, felici se il loro ultimo sospiro ti rinfocola un nuovo tripudio: la tua spada è più possente e più curva del grand'arco dei cieli; insanguinata, si gemma: nè sul tuo acciaio s'annubila il riflesso mesto del tramonto…. Il tramonto? Chi dirà questa parola?
Alzor aveva già fatto un cenno al carnefice.
Continuava il bardo:—La vittoria, la gloria, il regno! Esulta, o
Alzor!… Esulta!… Noi ti adoriamo!
Ricominciava l'orgia, e Alzor era felice. Sì, aveva Dio, il denaro, la donna, la spada, la vittoria! Felicissimo!
Udite strano contrasto. Quella sera, in quell'ora di beatitudine smodata, a un tratto entrò nella chiesa un montanaro.
Egli era lacero e scarmigliato, insozzato, puzzolente e sinistro. Cupo come una belva famelica, livido pel freddo, custode rabbiosissimo di un fardelletto di pelli, si drizzò, camminando sui tappeti, le sete, le coppe rovesciate e gli ori, fra le donne nude, al riverbero del fuoco, fra il fumo degli incensi e delle dapi, fra il canto del bardo, si drizzò verso Alzor.
Cessò l'orgia.