Io sentìa le tue lodi; e qual tu fosti
Di retto, acuto senno, d'incolpato
Costume e d'alte voglie, ugual, sincero,
Non vantator di probità, ma probo,
Com'oggi, al mondo, al par di te nessuno
Gusti il sapor del beneficio, e senta
Dolor dell'altrui danno. Egli ascoltava
Con volto nè superbo, nè modesto.
Io, rincorato, proseguia: se cura,
Se pensier di qua giù vince l'avello,
Certo so ben che il duol t'aggiugne e il pianto
Di lei che amasti ed ami ancor, che tutto,
Te perdendo, ha perduto.
L'Imbonati sorride mestamente, e risponde:
Se non fosse
Ch'io l'amo tanto, io pregherei che ratto
Quell'anima gentil fuor delle membra
Prendesse il vol, per chiuder l'ali in grembo
Di Quei ch'eterna ciò che a Lui somiglia.
Che, fin ch'io non la veggo, e ch'io son certo
Di mai più non lasciarla, esser felice
Pienamente non posso. A questi accenti
Chinammo il volto, e taciti ristemmo;
Ma, per gli occhi d'entrambi, il cor parlava.
Dopo questo omaggio che il giovine Poeta, preteso ateo, rende per le parole dell'Imbonati alla credenza in Dio e nella immortalità dell'anima umana, egli domanda all'ombra dell'Imbonati quale impressione essa abbia provato nel punto della morte.[11] Essa risponde evasivamente che non provò alcun dolore, che le parve liberarsi da un breve sonno; ma poi, ridesta alla vita eterna, le increbbe non ritrovarsi più vicina la cara donna che vegliava, con amorosa pietà, al fianco di lui infermo. Altro l'Imbonati non può rimpiangere di questa vita mortale, nè il tristo mondo ch'egli abbandonò. Anima virtuosamente stoica e scettica ad un tempo, comunica il proprio scetticismo all'amica diletta ed al carissimo alunno:
Che dolermi dovea? forse il partirmi
Da questa terra, ov'è il ben far portento,
E somma lode il non aver peccato?
Dove il pensier dalla parola è sempre
Altro, è virtù per ogni labbro ad alta
Voce lodata, ma ne' cor derisa;
Dov'è spento il pudor, dove sagace
Usura è fatto il beneficio, e frutta
Lussuria amor; dove sol reo si stima
Chi non compie il delitto; ove il delitto
Turpe non è, se fortunato; dove
Sempre in alto i ribaldi e i buoni in fondo.
Dura è pel giusto solitario, il credi,
Dura e, pur troppo, disugual la guerra
Contro i perversi affratellati e molti.
Tu, cui non piacque su la via più trita
La folla urtar che dietro al piacer corre
E all'onor vano e al lucro, e delle sale
Al gracchiar vôto, e del censito volgo
Al petulante cinguettìo, d'amici
Ceto preponi intemerati e pochi,
E la pacata compagnia di quelli
Che, spenti, al mondo anco son pregio e norma,
Segui tua strada; e dal viril proposto
Noti ti partir, se sai.
Qui, dove torna pure ad affacciarsi in parte il poeta de' Sermoni che si mostra alieno dai pubblici affidi, appaiono chiare le ragioni, per le quali il Manzoni, disgustato della società milanese, si recò in Francia con la madre. Segue il già citato ricordo dell'educazione ricevuta in collegio, quindi l'allusione allo innominato maestro ch'egli disprezza; viene infine l'alunno sdegnoso alle calunnie dei vili che assalirono il nome del giovine poeta in Italia, alle quali egli non diede risposta, unico modo savio per farle cadere; e caddero infatti così bene, che non si potrebbe oggi più argomentare con qualche fondamenta di qual natura veramente esse fossero e onde partissero. È possibile tuttavia, se è vero che il Manzoni abbia, in qualche modo, nella gioventù di Lodovico, voluto raffigurar la propria ch'egli, non ignaro, per averle particolarmente studiate, delle leggi cavalleresche, invece di sfidare il suo avversario calunniatore l'abbia disprezzato, per mostrare poi in età più matura, con tutta la forza stringente della sua logica poderosa, e per l'esempio del duello di Lodovico, come un tal partito, tragico insieme e ridicolo, non risolva mai alcuna questione d'onore. I versi giovanili del Manzoni ci dicono, in somma, in modo indiretto, che egli nè entrò in polemica letteraria, nè chiese a' suoi calunniatori alcuna riparazione di sangue:
Nè l'orecchio tuo santo io vo' del nome
Macchiar de' vili che, ozïosi sempre,
Fuor che in mal far, contra il mio nome armâro
L'operosa calunnia. Alle lor grida
Silenzio opposi, e all'odio lor disprezzo;
Qual merti l'ira mia fra lor non veggio;
Ond'io lieve men vado a mia salita
Non li curando:
non curanza che, ricordando il disdegnoso verso dantesco,
Non ti curar di lor, ma guarda e passa,
conferma pure il verso del Manzoni giovinetto: