Ach! und ich ahne dass mildere Duft and sanftere Tüne
Wonniger noch mit der blühenden Gluth lebhafterer Farben
Würden umwehn und vollenden den Schmück, wenn irgend ein Enkel
Dantes', Tasso's oder Petratk's mit gönnte der Bildung
Blümenkron, geflückt in des jungfraubeiligen Maro's
Muttergefild. O reichte die Hand mir Fauriel's Freund und
Nordfranks! Liebe zuletzt noch lernte, holder Manzoni!
Hold sunt Erröthen Dir schon die freundschaftseliger Jungfrau
.

Questi due versi sembrano lasciar capire che al Bággesen fosse noto che nel tempo in cui il Manzoni tornato in Lombardia si preparava a tradurre la Parteneide (1807), per la prima volta conoscesse veramente l'amore, nel suo incontro con un'altra Vergine, la giovinetta Blondel, che divenne, poco dopo, sua moglie e che ciò possa essere, lo confermerebbe pure la seguente nota che troviamo nel caro libriccino dello Stoppani: I primi anni di Alessandro Manzoni, pag. 234: "I versi pubblicati di preferenza dal Sainte-Beuve, perchè gli tornavano bene ad illustrare il suo soggetto, sento ora con piacere che esistono fra le carte del Manzoni, preceduti da pochi altri che formano il principio del Carme, e seguiti da un numero maggiore che ne costituiscono come il corpo, sia questo o non sia del tutto compiuto." Chi mi dà questa notizia aggiunge che, dopo aver letti quei versi, glien'è rimasta l'impressione che il Manzoni abbia cominciato il suo Carme col richiamo della Vergine ideale della Parteneide, per dire in seguito, come infatti dice, che egli ha trovato in Italia, sul colli orobii, una Vergine a lei somigliante. Sarebbe poi sua opinione che questa seconda Vergine del Manzoni non fosse ideale, ma reale, molto probabilmente la stessa Enrichetta Blondel, che fu poi sua sposa, o che egli deve aver conosciuta la prima volta da vicino, o presso i di lei zii Mariton in una lor villa, nelle vicinanze di Bergamo. Ad ogni modo non sarebbe questo Carme, secondo lui, quel lavoro, a cui allude il Sainte-Beuve, che il Manzoni sembrava promettersi di fare in italiano, perchè un poemetto sul gusto di quello di Bággesen il Manzoni diceva di averlo fatto realmente_ in ottava_ rima, e alcune stanze le recitava, anche in questi ultimi anni, a chi l'accompagnava nella passeggiata. Sfortunatamente questo poemetto non si trovò fra i suoi scritti, e pare indubitato che egli l'abbia consegnato alle fiamme. La stessa Vergine ci descrive finalmente il Poeta in un'Ode giovanile, della quale citerò te strofe più espressive. Il Poeta, ancora irretito nelle immagini mitologiche, ci assicura che la sua fanciulla gli apparve la prima volta in forma somigliante a quella della dea Cinzia. Crediamogli sulla parola, e compiacciamoci ora nel veder partitamente descritte le qualità esteriori della sedicenne sposa sperata dal Manzoni, la quale dovea poi aver tanta parte, per quanto destramente dissimulata, nell'arte sua:

Tal prima agli occhi miei,
Non ancor dotti d'amorose lagrime,
Appariva costei,
Vincendo di splendor l'emule vergini
Per mover d'occhi dolcemente grave
E per voce soave.
Dagl'innocenti sguardi,
Che ancor lor possa e gli altrui danni ignorano,
Escono accesi dardi;
Non certi men, nè di più lieve incendio,
Se dal fronte scendendo il crine avaro
Lor fa lene riparo;
Oh qual tutta di nuove
Fatali grazie ride allor che l'invido
Crin col dito rimove:
E doppio appresta di beltà spettacolo
Sul fronte schietto, trascorrendo lieve
Con la destra di neve.
Nè tacerò la bella
Bocca gentil, fonte di riso ingenuo
E di cara favella;
E in cui prepara, ahi, per chi dunque! Venere
I casti baci e le punture ardite
E le dolci ferite.

Non giova al Poeta il suo proposito, fatto nel Carme per l'Imbonati, di voler seguire la dottrina di Zenone; l'Amore lo ferì; egli è invitato ad amare e a cantare d'amore, quando per l'appunto ben più alti soggetti e più fieri gli occupavano la mente; Amore non vuole, egli esclama:

……….ch'io canti rossa
Di sangue Italia, onde ancor pochi godano;
Nè di plebe commossa
Le feroci vendette ed i terribili
Brevi furori, e i rovesciati scanni
Dei tremanti tiranni.

Il Poeta, come nell'Urania, cede alle grazie di Venere, e, per essa, lascia le cure della politica. Notiamo ora questa sua prima confessione poetica, perchè essa ci potrà aiutare, in appresso, a comprender meglio le sue tragedie ed il suo romanzo, e a scusare, in parte, il Manzoni della poca parte attiva ch'egli prese con la sua persona alle vicende politiche Italiane, alle quali diede pure co' suoi proprii scritti pieni d'efficacia educativa una spinta così gagliarda.

XIII.

La Conversione.

A questo punto si colloca dal biografi quella che si chiamò la meravigliosa conversione del Manzoni, e si raccontano storielle forse tutte veridiche, ma ove si dia loro una soverchia ed esclusiva importanza, poco credibili. Alcuni vogliono che un semplice "io ci credo" opposto risolutamente dal piemontese conte Somis di Chiavrie alle invettive lanciate contro la religione cattolica in una conversazione di Parigi, abbia persuaso il giovine miscredente, e indottolo a cercar consigli edificanti presso il medesimo conte Somis, presso l'abate Grègoire e presso il giansenista genovese Padre Degola, che allora si trovava a Parigi e col quale entrò quindi in corrispondenza letteraria; altri che, smarrita un giorno la giovine sposa in mezzo alla folla delle vie di Parigi, attiratovi da un canto religioso, sia entrato nella chiesa di San Rocco, e abbia mormorato in ginocchio questa semplice preghiera: "O Dio, se tu ci sei, fammiti palese." Egli ritrovò, dicesi, tosto la sposa, e divenne credente. Qualche piccolo fatto deve, senza dubbio, essere intervenuto per risolvere in un dato momento il Manzoni a fissare un po' meglio quelle idee vaghe ch'egli aveva intorno al Cattolicismo.[1] Ma egli era nato cattolico, la sua educazione di collegio era stata tutta cattolica; uscito di collegio, sappiamo ch'egli frequentava ancora le chiese; le scene orrende del cardinal Ruffo a Napoli, quelle di Binasco e di Pavia stavano presenti alla memoria del Manzoni; e però il Trionfo della Libertà esce in frequenti imprecazioni contro la Chiesa, ma a quel modo stesso con cui Dante cattolico imprecava contro la Lupa, e il canonico Petrarca contro l'avara Babilonia. Se il giovine Manzoni amava poco i preti ed i frati, se la lettura delle opere del Voltaire lo aveva anche maggiormente alienato da essi, se quando morì il suo giovine compagno di scuola Luigi Arese, ei si doleva che tenendosi lontani dal letto dell'infermo gli amici, gli si fosse accostata soltanto "l'orribile figura del prete" per accrescergli il terrore della morte, se, in somma, il Manzoni, pur credendo nella immortalità dell'anima, nell'esistenza di un Dio che premia "eternando ciò che a lui somiglia," nei doveri cristiani della pietà e della carità, e pure adempiendo alcuno de' riti religiosi prescritti dalla sua condizione di cattolico, fra i quindici ed i ventitrè anni non fu un cattolico profondamente convinto, devoto e zelante, in un pariniano, in uno stoico suo pari doveva riuscir molto agevole l'innestare un po' di devozione cattolica. Ma i preti furono solleciti a levarne soverchio romore e a trarne troppo grande profitto. Parlando, nel 1806, dei preti italiani che assediano il letto de' moribondi, in una lettera diretta all'amico Pagani, il ventenne Manzoni usciva in un fiero lamento, dichiarando ch'egli voleva rimaner lontano "da un paese, in cui non si può nè vivere nè morire come si vuole. Io preferisco, proseguiva egli, l'indifferenza naturale dei Francesi che vi lasciano andare pei fatti vostri, allo zelo crudele dei nostri che s'impadroniscono di voi, che vogliono prendersi cura della vostra anima, che vogliono cacciarvi in corpo la loro maniera di pensare." Due anni dopo aver levato questo vivo lamento, Alessandro Manzoni doveva egli stesso cadere in cura d'anima, ed il tristo frutto di questo stato di forzata docilità, alla quale egli si sottomise, fu una sterilità intellettuale che durò quasi dieci anni, 1808-1818, e, per l'appunto i dieci anni più belli della sua vita, ne' quali con molto stento, con molti pentimenti, il Manzoni riuscì a pena a mettere insieme quattro Inni sacri, due Parodie letterarie e due povere e stentate Canzoni politiche di genere classico. Si dirà: in quegli anni, egli si godette le sue prime gioie domestiche, ed attese a' suoi affari un po' imbrogliati ed alle cure agrarie, ed è vero; ma nè le une nè le altre hanno mai impedita la manifestazione del genio. Il Manzoni ebbe, pur troppo, in quegli anni un'idea fissa, che non era la sua, un'idea che gli aveano messa; e quando v'ha un'idea fissa, tutte le altre idee, per quante siano, e per quanto originali, non trovano l'opportunità e l'agevolezza di manifestarsi. L'idea fissa era ch'egli dovesse come scrittore diventare il poeta e l'apologista della religione cattolica, o non iscrivere più.

[1] "L'histoire de la conversion de Manzoni (scrive il compianto Loménie) est diversement racontée; suivant quelques-uns, la première pensée en serait venue au poëte dans le voyage à Paris dont je viens de parler. Au milieu d'une conversation où le Catholicisme n'était pas épargné, une personne se serait tout-à-coup écriée "Et moi, je crois!" Et ce cri d'un homme avouant sa foi au milieu des sarcasmes de l'incrédulité aurait été pour Manzoni le signal d'une révolution intellectuelle. Suivant d'autres, l'écrivain milanais, marié avec une protestante en haine de la croyance catholique, aurait été conduit par elle et avec elle au Catholicisme. Un écrivain (M. Didier) qui a publié, dans la Revue des Deux Mondes de 1831, un article sur Manzoni, et qui raconte ce dernier fait, ajoute: "On aimerait que de telles démarches fussent spontanées et procédassent moins de circonstances accidentelles que d'une volonté libre et solitaire." Le même écrivain semble reprocher a la détermination de Manzoni d'être l'effet "d'une influence de foyer beaucoup plus que le résultat logique et volontaire d'une argumentation personnelle et indépendante." Je crois ce reproche mal fondé, et le fait sur lequel il repose inexact. Je ne sais pas au juste toutes les circonstances qui ont précède et occasionné, de près ou de loin, la conversion de Manzoni, mais je sais que ce fait est bien le résultat logique et volontaire d'une argumentation personnelle et indépendante; car, durant la temps où Manzoni, revenu de Paris à Milan, flottait avec inquiétude entre le scepticisme et la foi, il écrivait à Paris, à un ami, des lettres où il peint l'état de son esprit, et où il s'annonce comme absorbé par l'examen d'une question à ses yeux la plus importante de toutes. Cette situation de doute et d'examen se prolonge fort longtemps; il est naturel de penser que cette résolution a été prise en connaissance de cause. Il n'est pas exact non plus que Manzoni ait épousé une protestante en haine de la croyance catholique. A son retour a Milan il se maria, très-jeune lui-même, avec une jeune personne de seize ans, mademoiselle Henriette Blondel, fille d'un Génevois établi à Milan, et qui était en effet protestante; mais il l'épousa, non parce qu'elle était protestante, mais parce quelle était fort intéressante, parce qu'il l'aimait beaucoup, et que sa mère désirait qu'il n'épousât pas une Milanaise. De plus, si mes renseignements sont exacts, loin d'avoir été conduit au Catholicisme par sa femme, ce serait lui au contraire qui aurait décidé l'abjuration de cette dernière." Vogliono, come dissi, che il Padre Degola giansenista, ed il Padre Grégoire abbiano avuto il primo merito come catechisti del neo-cattolico; venuto poi ad abitar nuovamente in Lombardia, il giansenista monsignor Tosi, divenuto confessore del giovino Poeta, compì, a poco a poco, il preteso miracolo, con tanto maggiore efficacia, in quanto egli conformava intèramente la propria vita ai precetti religiosi che insegnava.—Tra le opere che formavano parte della libreria del Manzoni a Brusuglio, vi era un magnifico Sant'Agostino in undici volumi, con qualche postilla autografa. Le Confessioni di Sant'Agostino dovettero offrire materia di lunga meditazione al neo-cattolico Manzoni. Il professor Magenta è persuaso che la vera conversione del Manzoni sia stata operata dal Tosi, e noi lo crediamo tanto più facilmente, in quanto riconoscendo che nel Tosi vi erano le doti d'un santo, e che dal lato morale egli dovette fare un gran bene al Manzoni, pel rigore del suo Giansenismo, per l'angustia de' suoi sillogismi religiosi minacciò pure di soffocarne l'alto ingegno creatore. Il professor Magenta, al quale avevo domandato qualche schiarimento sul contenuto di certe lettere confidenziali da lui omesse nella stampa dell'importante suo libro relativo al Tosi, egli, dichiarando di non potermene dare, si distende nuovamente nelle lodi di monsignor Tosi, ed io credo mio dovere riferir qui le sue proprie parole: "Non s'esagera dicendo che (il Tosi) dominava l'animo del grande scrittore. Non pare vero che nessuno del biografi del Manzoni abbia mai parlato del vescovo Tosi, vero tipo di sacerdote, al quale il Manzoni professava una venerazione che non aveva limiti. Lo Sclopis, il Ferrucci e lo Zoncada, per citare alcuni nomi, mi scrissero che, dopo il mio libriccino, l'origine del ritorno del Manzoni al Cattolicismo non è più dubbia per loro; nè so se a lei paia così. In quanto a me le dirò che la mia persuasione è profondissima, persuasione che cavai anche dai tenore di talune lettere della Blondel che io aveva già stampate, e che, per ragioni che debbo tacere, levai dai torchi. L'eccesso delle dottrine volteriane, gli avvenimenti politici, la nativa temperanza e la grande dirittura di mente del Manzoni, tutto cospirava ad apparecchiare un'atmosfera morale, in cui fosse a lui facile di ricevere l'influenza d'un uomo ch'era altrettanto pio, quanto largo d'idee. Ho ragione di credere che la Curia Romana avesse ingiunto al Tosi di stampare una ritrattazione dell'illustre Tamburini, quando questi si trovava sul letto di morte; ma il venerando Vescovo di Pavia, pigliando tempo, riuscì a sottrarsi all'odioso ufficio. Una vita così immacolata, così caritatevole, così forte, umile e liberale ad un tempo, doveva esercitare un fascino sullo spirito del Manzoni, spirito de' più larghi anche in fatto di religione che sieno mai stati al mondo." Noi conveniamo solamente in parte in questa ammirazione; noi crediamo che il Tosi ed il Manzoni, per natura, avessero ingegno ed animo largo; ma in quanto si proponevano di voler riuscire cattolici, esclusivamente cattolici, divenivano intolleranti. Quando giudicavano senza preconcetti cattolici, giudicavano bene, e liberalmente. Nella bella è lunga lettera che il Manzoni diresse da Parigi al Tosi sopra la questione religiosa, si trovano alcuni giudizii larghi che fanno onore a chi li proferiva e a chi gli ascoltava. La conclusione tuttavia è che noi in Italia dobbiamo essere contenti del nostro buon clero e della credulità del nostro volgo, ed una tale conclusione agghiaccia tutto il nostro entusiasmo: "Chi può dissimularsi gl'inconvenienti che esistono fra di noi? ma non v'è stato di guerra, perchè non ci son quasi protestanti; ma v'è una classe di buoni preti, i più dei quali potrebbero, è vero, senza danno, essere un po' più dotti, ma i quali per lo più hanno uno zelo sincero per la religione non mista di altre teorie, e una buona classe di fedeli che sono cristiani di cuore, e che non credono ad altri dogmi che ai rivelati."