Il giardino di Natura
No, pei barbari non è.
Ma nella sua visione presentendo in Napoleone l'ambizione di
diventar Sovrano, gli fa consigliar da Dante d'impadronirsi della
signoria:
Vate non vile
Scrissi allor la veduta meraviglia
E fido al fianco mi reggea lo stile
Il patrio amor che solo mi consiglia.
Nel tempo stesso scriveva al Cesarotti: "Il Governo mi ha comandato e m'è forza obbedire. Batto un sentiero, ove il voto della Nazione non va molto d'accordo colla politica, e temo rovinare. Sant'Apollo m'aiuti, e voi pregatemi senno e prudenza." Lo stesso Monti dedicando la traduzione dall'Iliade al Beauharnais che gli avea ottenuto il posto di storiografo del Regno d'Italia, scriveva nella dedicazione: "Se il cielo, invidiandovi ai nostri giorni, vi avesse concesso agli eroici, Omero vi avrebbe collocato vicino ad Achille fra Patroclo e Diomede. Noi, testimoni delle vostre alte virtù, vi collochiamo in grado più d'assai eminente; tra Minerva ed Astrea, vicino al massimo vostro Padre." Napoleone tuttavia si doleva di avere per sè tutta la piccola e contro di sè tutta la grande letteratura. Non mancò a Napoleone il suo improvvisatore imperiale, Francesco Gianni, che, pensionato con seimila franchi l'anno, cantava:
Quell'eroe terribil tanto,
Onde Ettor di vita uscì,
In due lustri non fe' quanto
Bonaparte in un sol dì.
Il Mascheroni prima di morire scriveva al Serbelloni: "Vi prego dire a Buonaparte ch'egli è in cima di tutti i miei pensieri," e gli dedicò la Geometria del Compasso. "Egidio Patroni, perugino (scrive il Cantù nella Cronistoria), oltre altri componimenti, fece la Napoleonide, collezione di cento Odi, ciascuna preceduta da una medaglia incisa, celebranti i fasti dell'Eroe." Tra i lodatori del Buonaparte, il Cantù ricorda ancora Quirico Viviani, Giulio Perticari, Carlo Porta, Saverio Bettinelli, Paolo Costa, Cesare Arici, Felice Romani, Davide Bertolotti, Mario Pieri che d'aver lodato si pentì troppo tardi, Angelo Mazza. "Il divinizzare Napoleone (scrive ancora il Cantù) fu un luogo comune dei nostri retori. Nell'Università di Padova, dinanzi al suo busto, il Rettore magnifico conchiuse l'orazione;—Veneriamo, o signori, la presenza del Nume. -" Il Giordani nel Panegirico, dove si vanta di "altamente sentire la dignità del secolo," ribocca di espressioni simili a queste: "Il mondo è venuto in potestà di tale, non oso dir uomo. Invitando gl'Italiani a considerare le grandezze de' tuoi benefizii, augusto Principe, in cui la nostra nazione adora il più caro benefizio che riconosca dall'Imperatore in Italia. Quale altro che Iddio, o virtù somiglievole agli Dii, poteva fare sì stupenda consonanza? La virtù di questo divino spirito non ci lascia sembrar temeraria qualunque speranza." Nello stesso Panegirico il Giordani chiama Napoleone "l'Ottimo e Massimo," e loda Cesena di fare ogni anno riaprire l'Accademia con le lodi del Buonaparte, egli che più tardi biasimò poi l'uso dell'Università di Torino di lodare ogni anno il Re di Sardegna.
XVIII
I Promessi Sposi.
I Promessi Sposi furono qualche cosa d'impreveduto e di singolare, non pure nella letteratura italiana, ma nella vita stessa del Manzoni. Per quanto i Cattolici abbiano desiderato farne il loro proprio romanzo, nessuno avrebbe mai immaginato che dalle mani dell'Autore degl'Inni Sacri e delle Osservazioni sulla Morale cattolica sarebbero usciti i tipi di Don Abbondio e della Signora di Monza. Come intorno alla conversione religiosa, furono fatte e scritte parecchie congetture intorno alla vera origine dei Promessi Sposi. Pare che, nel primo concetto, il soggetto principale del romanzo dovesse essere la conversione dell'Innominato; e ci vuol poca fatica a indovinare da quella scelta, che il Manzoni voleva ancora col proprio romanzo adombrarci un episodio della propria vita. Secondo il Sainte-Beuve, l'idea di eleggere la forma del romanzo sarebbe venuta al Manzoni dall'intendere che in quel tempo il Fauriel meditava anch'esso un romanzo storico, del quale pare che la scena dovesse collocarsi in Provenza.[1] Ma poichè l'affermazione del Sainte-Beuve mi pare alquanto vaga o non è probabile che il Manzoni abbia fatto un romanzo solamente perchè il Fauriel ne volea fare un altro, ma più tosto si crederebbe vero il contrario, cioè che il Fauriel trovandosi a Brusuglio, quando il Manzoni avea già terminato e stava correggendo i Promessi Sposi, potesse pensare esso a qualche cosa di simile, gioverà ricorrere ad altre spiegazioni. Camillo Ugoni, che poteva forse averne avuto alcun sentore in casa stessa del Manzoni che lo amava e stimava moltissimo, lasciò scritto nella sua Biografia del Filangieri, che l'idea di eleggere ad un suo lavoro educativo la forma di romanzo venne al Manzoni dal leggere un passo della Scienza detta Legislazione del Filangieri, ove si raccomanda come ottima lettura educatrice ai fanciulli, che entravano nel decimo anno, i romanzi storici.[2] La congettura dell'Ugoni mi pare avere qualche grado probabile, in quanto che, nell'anno in cui il Manzoni incominciò a scrivere i Promessi Sposi cioè nel 1821 (e non dopo pubblicato l'Adelchi, come afferma il Sainte-Beuve), la sua figlia primogenita Giulia avea per l'appunto undici anni, e il figlio Pietro dieci. Alieno com'egli era dal mandare i figli a scuola, dopo il duro esperimento che della scuola aveva fatto egli medesimo, il Manzoni dovette, senza dubbio, desiderare di potere scrivere, se gli riusciva, prima d'ogni cosa, un buon romanzo storico, che in Italia non esisteva pur troppo, per i suoi proprii figliuoli. E mi reca meraviglia che tra le tante cagioni astruse che s'andarono a cercare per chiarirsi come il Manzoni si fosse indotto a scrivere un romanzo, quest'una così ovvia, così semplice, non siasi ancora indicata. Il Manzoni, come ho già avvertito, era un lettore e un postillatore di libri infaticabile; la biblioteca di Don Ferrante dovea, per la varietà, somigliare alcun poco alla sua. Egli era dell'opinione non molto comune, o almeno poco ascoltata, che i libri si stampassero per venir letti; e leggeva di tutto; di storia e di poesia, di teologia e di filosofia, di agronomia e di giurisprudenza; e di tutto facea tesoro nella sua memoria prodigiosa, e succo di vera sapienza più ancora che di semplice dottrina. Egli discorreva volentieri coi libri che leggeva come se fossero persone vive, ed entrava volentieri con essi in segreta e minuta polemica, quando gli pareva che sragionassero. Altre volte egli se ne lasciava inspirare, e questo fu appunto il caso che gli dovette occorrere prima di scrivere i Promessi Sposi. Quando il Manzoni ebbe letto in uno Studio biografico del tedesco Sauer, per quali ragioni artistiche, politiche, religiose, egli si fosse condotto a scrivere i Promessi Sposi, accompagnando le parole con un arguto sorriso, sclamò: Cospetto! questo signore deve essere un gran dotto, perchè di me e delle cose mie ne sa assai più che non ne sappia io. E, dopo aver dichiarato che di quelle intenzioni sotterranee, sintetiche, subbiettive o che so io egli non ne avea avute mai, raccontò per la centesima volta ad uno de' suoi amici presenti come l'idea del romanzo gli fosse nata a Brusuglio, dove egli avea per qualche tempo creduto cosa prudente il ritirarsi con Tommaso Grossi e con la famiglia, quando a Milano erano incominciati gli arresti de' Carbonari. Egli s'era portato in campagna due libri: la Storia milanese del Ripamonti, scritta, com'è noto, in latino, ed un'opera del Gioia: Economia e Statistica. Il Ripamonti gli suggerì l'episodio che, fin dal principio, fissò in particolar modo la sua attenzione e poco mancò non diventasse il pernio di tutta l'opera; l'episodio dell'Innominato. Dal Gioia gli venne l'idea della inutilità delle leggi, quando queste non siano in armonia coi costumi, ed i legistatori rimangano stranieri al paese.[3] È lecito il supporre che, prima di accingersi a scrivere i Promessi Sposi, il Manzoni siasi consigliato col suo confessore canonico Tosi; è lecito il supporre che, nel primo disegno, annunziando il Manzoni di voler narrare la conversione d'un reprobo alla fede, egli abbia incontrato un'approvazione piena ed assoluta. L'Innominato che si convertiva pubblicamente nel cospetto del cardinal Federigo, era il Manzoni stesso che, dopo avere per dodici anni lottato per credere, annunziava finalmente che il canonico Tosi gli avea toccato il cuore, lo avea vinto e fatto cosa di Dio; era il Manzoni stesso che confessava, anzi esagerava ai proprii occhi ed agli altrui la sua antica empietà, per far più grande il miracolo della Chiesa, la quale avea avuto la virtù di attirarlo nel proprio seno. Chi cerca ora in qual modo il Manzoni siasi condotto a credere, non ha da fantasticar molto, ma semplicemente da rileggere con un po' d'attenzione la scena commovente dell'incontro dell'Innominato col cardinal Federigo. Con pochissime mutazioni, si può sostituire al nome dell'Innominato quello del Manzoni, al nome del cardinal Borromeo quello di monsignor Tosi, con la sicurezza d'avere scritta ne' Promessi Sposi la propria confessione autentica, ma trasformata, dissimulata ed ingrandita in opera d'arte, del poeta convertito.[4] Aggiungiamo che, quando i Promessi Sposi si pubblicarono, il Tosi era già vescovo, e sarebbe forse stato assunto all'onore del cappello cardinalizio, senza quel po' di giansenismo ch'era rimasto nella sua dottrina, e che dovea dispiacere alla Curia Romana quanto piaceva, invece, al Manzoni. Ciascuno che rilegga que' capitoli de' Promessi Sposi, e li confronti con la diligente biografia che di Luigi Tosi scrisse il professor Magenta, si persuaderà facilmente che il Manzoni innestò la figura del cardinal Federigo sopra quella del proprio santo confessore. Ma ciò che da principio doveva essere l'intiero libro, diventò poi un semplice episodio di esso. Il Manzoni, riuscito, di giorno in giorno più, realista o verista nell'arte sua, desideroso di fare sopra il suo tempo, sopra la gioventù che doveva educarsi per mezzo della lettura, una impressione durevole e profonda, dopo aver concepito un alto e vasto poema, disegnò di scriverlo in prosa. Nel tempo in cui l'amico suo Tommaso Grossi venuto con lui a Brusuglio si provava a vestire di forme più popolari l'ottava epica, scrivendo il poema de' Lombardi alla prima Crociata, il Manzoni intraprendeva una riforma più radicale. Egli era d'avviso che si dovesse pensare e sentir alto, ma scriver piano; e come Dante avea creata la lingua poetica italiana, il Manzoni, anco se non vi pretendeva, riuscì a fondare veramente la nuova prosa italiana. Si dirà; ma come? Il Foscolo ed il Monti non avevano forse preceduto il Manzoni? Sì, ma oltre che nessuno de' due ha presentato all'Italia una prosa così ricca di fatti, di osservazioni, d'idee originali, di affetti veri e di tipi scolpiti come i Promessi Sposi, l'uno e l'altro scrisse sempre con un po' di enfasi rettorica, con un po' di pompa teatrale, che ad ogni lettore di buon senso, per poca che sia, deve sempre apparire soverchia. Il Manzoni dovea fin da giovinetto aver meditato il libretto del suo nonno Beccaria sopra lo Stile, un libretto scritto male, ma pensato bene;[5] l'articolo del Verri intitolato: "Ai giovani d'ingegno che temono i Pedanti," e i discorsi che si facevano contro l'Arcadia e contro la Crusca nell'Accademia, della quale l'Imbonati era stato presidente; ma, trovando poi giusto tutto ciò che si scriveva contro i parolai, gli Aristotelici della letteratura, i pedanti, i retori, egli credeva pure che si dovesse far qualche sforzo per mostrare che lo stile poteva acquistar nuova nobiltà dalla sua stessa naturalezza. Il Manzoni contribuì ad innamorare più fortemente l'odierna Italia della sua lingua, con l'occuparsene egli stesso per un mezzo secolo, col tornare pazientemente per tre lustri sopra la lingua de' Promessi Sposi, col fine di purgarla dalle sue voci improprie; l'efficacia che per tale riguardo egli esercitò col proprio esempio, si sente ancora e non può venir disconosciuta. Ma la letteratura italiana gli deve molto più, per avere il Manzoni con l'autorità del suo nome e con la prova vivente ed immortale d'un capolavoro avvezzata la lingua ad uno stile così facile, così chiaro, e, ad un tempo, così virile e sostenuto, da rendere impossibile il ritorno alle viete forme accademiche e scolastiche, alla nostra stilistica tradizionale e così detta classica, senza pericolo di cadere nel ridicolo. Dalla descrizione che il Manzoni ci fa della libreria di Don Ferrante ne' Promessi Sposi, rileviamo che quest'uomo enciclopedico (mettendogli solamente dappresso il piemontese Botero) prediligeva sovra tutti un autore "mariuolo sì, ma profondo," il Machiavelli, di cui non si stancava di leggere e di ammirare il Principe e i Discorsi sopra la Prima Deca di Tito Livio. C'è da scommettere che una parte dell'ammirazione di Don Ferrante non andava al pensatore ed al politico unitario,[6] ma allo scrittore, il quale nella prosa non fu superato fin qui da alcuno, ma emulato dal solo Manzoni, il quale partecipava senza dubbio in proposito dell'opinione di Don Ferrante. Qual merito maggiore per uno scrittore che la sua virtù non solo di dir molto in poco, ma di dire facilmente le cosa difficili, l'arte di far diventare universali le idee più elevate ed originali? E bene questa virtù, quest'arte il Manzoni possedette, come autore de' Promessi Sposi? in grado supremo e singolarissimo. Sotto questo aspetto, la sua prosa è la più democratica che sia stata scritta in Italia. Ma il Manzoni dovette ben presto accorgersi che, ov'egli avesse fatto l'Innominato il centro di tutto il suo poema o romanzo, oltre allo scoprir troppo sè medesimo, non avrebbe mancato di dare al suo romanzo un'aria reazionaria che veramente non ha e che ingiustamente gli fu attribuita dal Settembrini. Chè se nell'Innominato che potremmo chiamare della prima maniera, come già nel Carmagnola, vi è qualche cosa del Wallenstein dello Schiller e del Goetz von Berlichingen del Goethe, cioè uno spirito ribelle a leggi che gli paiono ingiuste, del secondo Innominato, dell'Innominato convertito, proposto a modello, i Gesuiti non avrebbero mancato di fare il loro uomo-tipo, il loro modello ideale; e tutto il buon effetto della conversione molto più morale che religiosa operata dal cardinal Federigo si sarebbe guastato, col mettere sul volto dell'Innominato la brutta maschera di Tartufo. Consoliamoci dunque che il Manzoni abbia voluto egli stesso allargare il proprio soggetto, opporre al cardinal Federigo Don Abbondio e la Monaca di Monza, e fra questi due mettere quella brava Donna Prassede che si proponeva di far l'educazione di Lucia, su per giù a quel modo con cui credono di potere educare le famose Dame del Sacro Cuore. Il Manzoni doveva aver conosciuto qualche Donna Prassede; quindi fa vivezza e finitezza del suo malizioso ritratto: "Era Donna Prassede una vecchia gentildonna molto inclinata a far del bene; mestiere certamente il più degno che l'uomo possa esercitare; ma che pur troppo può anche guastare, come tutti gli altri. Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, al pari d'ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de' nostri giudizii, con le nostre idee, le quali bene spesso stanno come possono. Con l'idee Donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici; n'aveva poche, ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche ce n'era, per disgrazia, molte delle storte; e non eran quelle che lo fossero meno care. Le accadeva quindi, o di proporsi per bene ciò che non lo fosse, o di prender per mezzi cose che potessero piuttosto far riuscire dalla parte opposta, o di crederne leciti di quelli che non lo fossero punto, per una certa supposizione in confuso che chi fa più del suo dovere possa far più di quel che avrebbe diritto; le accadeva di non vedere nel fatto ciò che ci era di reale, o di vederci ciò che non ci era; e molte altre cose simili, che possono accadere, e che accadono a tutti senza eccettuarne i migliori; ma a Donna Prassede troppo spesso e, non di rado, tutte in una volta."—"… Fin da quando aveva sentito la prima volta parlar di Lucia, s'era subito persuasa che una giovine, la quale aveva potuto promettersi a un poco di buono, a un sedizioso, a uno scampaforca, in somma, qualche magagna, qualche pecca nascosta la doveva avere. Dimmi chi pratichi, e ti dirò chi sei. La vista di Lucia aveva confermata quella persuasione. Non che, in fondo, non le paresse una buona giovine; ma c'era molto da ridire. Quella testina bassa col mento inchiodato sulla fontanella della gola, quel non rispondere, o risponder secco secco, come per forza, potevano indicar verecondia; ma denotavano sicuramente molta caparbietà; non ci voleva molto a indovinare che quella testina aveva le sue idee. E quell'arrossire ogni momento, e quel rattenere i sospiri…. Due occhioni poi, che a una Donna Prassede non piacevano punto. Teneva essa per certo, come se lo sapesse di buon luogo, che tutte le sciagure di Lucia erano una punizione del cielo per la sua amicizia con quel poco di buono, e un avviso per far che se ne staccasse affatto; e, stante questa, si proponeva di cooperare a un così buon fine. Giacchè, come diceva spesso agli altri e a sè stessa, tatto il suo studio era di secondare i voleri del cielo; ma taceva spesso uno sbaglio grosso, ch'era di prender per cielo il suo cervello." Qui metteremo un punto d'interrogazione. Quando si pensi che il Manzoni avea corso rischio nella primavera del 1821, di andare a morire sulle forche, a motivo del suo Inno rivoluzionario e della sua amicizia pel Confalonieri, non è egli probabile che sotto quel "poco di buono, quel sedizioso" quello scampaforca di Renzo sia da ravvisarsi per un momento il Manzoni stesso, in Lucia che avrebbe dovuto staccarsi da lui la signora Blondel, in Donna Prassede qualche sua bigottissima amica, a cui il Manzoni non dovea parere convertito abbastanza e in ogni modo
Un di que' capi un po' pericolosi,