[10] Enrichetta Blondel, moglie del Manzoni, morì cinque anni dopo la pubblicazione dei Promessi Sposi nel 1833, e il Manzoni ne rimase per lungo tempo inconsolabile. Il Tommaseo ricordava, in proposito; un aneddoto commovente: "Il Manzoni era a Stresa per assistere all'agonìa dell'amico Antonio Rosmini; e fu soggetto d'ammirazione agli astanti la venerazione figliale di lui più vecchio ed il cordoglio di quella morte; e io posso dire quanto profondamente (non parendo ai profani) egli sentisse i dolori. Rincontratomi seco a Stresa, a caduto il discorso su Virgilio {religione dell'anima sua) rammentando io quel sovrano concetto d'Evandro; Tuque o santissima coniux, felix morte tua, egli continuava la citazione: neque in hunc servata dolorem, accompagnandola coll'atto del viso e della mano abbandonata sul ginocchio, e sentì la diletta e venerata sua moglie, la sua ispiratrice, della quale consunta da lento languore ei diceva con parole degne di chi ci ritrasse Ermengarda morente:,—Tutti i dì la offro a Dio, e tutti i dì gliela chieggo.—Veggasi pure quanto scrive in proposito il professor Prina nel suo diligente Studio biografico sopra il Manzoni.

[11] Il Tommaseo, scrivendo al signor Giovanni Sforza, gli diceva: "Nel marzo (1827) egli (Manzoni) stava scrivendo gli ultimi fogli, e io sul principio di quell'anno o sulla fine del precedente lessi buona parte del terzo volume all'abate Rosmini che, passeggiando la sua stanza, sorrideva e ammirava. Un giorno che Don Alessandro correggeva le bozze e le metteva al sole che s'asciugassero: vede che ho qualcosa anch'io al sole, coll'arguzia solita, nel vedermi entrare, sorridendo egli disse."

[12] Del rumore che fecero al loro apparire, i Promessi Sposi, possiam prendere argomento dalle seguenti parole di Paride Zajotti, il critico detta Biblioteca Italiana: "Alessandro Manzoni conduce in Italia la scuola romantica; nè la placidezza della sua vita, nè la dignitosa temperanza dell'alto suo ingegno valsero a liberarlo da questo onore pericoloso, cui necessariamente lo solleva la fama universale delle sue opere, e il bisogno riconosciuto da' suoi seguaci di ripararsi sotto un gran nome. Non è quindi a maravigllare, se le sue scritture al primo venire in luce destano una commozione sì viva, e chiamano tosto i partiti a sdegnose e gareggianti parole; i classicisti non gli vogliono permettere d'acquistar tanta gloria violando i loro antichi precetti, e i romantici menano un romoroso trionfo, attribuendo alla bontà de' nuovi principii le lodi unicamente debite all'eccellenza del loro maestro." Più volgarmente il prete Giuseppe Salvagnoli Marchetti, il quale nell'anno 1829 pubblicava in Roma un opuscolo contro gl'Inni Sacri di Alessandro Manzoni, per far dispetto al Borghi che gli ammirava, gl'imitava e non volea le lodi del Salvagnoli se quelle lodi doveano tacitamente contenere un biasimo agl'Inni manzoniani, confessa la popolarità, di cui godevano fin da quell'anno i Promessi Sposi. Dicendo egli al proprio libraio che non avea ancora letto il romanzo del Manzoni, fa poi che il libraio malignamente gli soggiunga: "Si tollererebbe più volentierl il non aver letto Dante che i Promessi Sposi oggidì." Il libraio gli offre venticinque zecchini, a patto ch'ei scriva contro i Promessi Sposi; il Salvagnoli finge ricusare il compenso larghissimo, per questa sola ragione, ch'egli non suol leggere nè insegnare "una storia corretta e rifatta in un romanzo." Che se consente a scrivere contro gl'Inni Sacri, l'invidia non c'entra. "Non invidio (egli scrive) il Manzoni, perchè non ho mai invidiato chi segue false immagini di bene e di vero." La critica dell'opera manzoniana fu in parte pubblica, in parte privata. Lo stesso critico della Biblioteca Italiana fin dall'anno 1827 ce ne avverte: "I varii giudizii, che diedero di quest'opera le pubbliche stampe e i privati discorsi, cominciarono a dividersi già sul principio di essa, dove si venne a disputare se le convenisse il nome di romanzo che l'Autore non le aveva assegnato…. troppo oziosa è la disputazione de' nomi, quando il giudizio della cosa stessa non ne dipende. Non manca mai chi voglia seguire l'esempio dell'Addison, il quale, negandosi il titolo di poema epico al Paradiso perduto, solea chiamarlo poema divino; e noi medesimi, quando veggiamo per un sì tenue soggetto così accese battaglie, amiamo ripetere sotto voce la sentenza del poeta persiano: che importa alla rosa che le si cambi il nome, se le rimane il suo usato profumo? E pure lo stesso critico, da principio al fine del suo esame, si mostra incontentabile, fin che conchiude lagnandosi che il Manzoni non abbia frammischiato al suo racconto qualche lirica potente sacra o guerresca o cittadina. Il critico non dovette esser solo a muover questo lamento, e chi sa che non gli tenesse bordone in quell'anno lo stesso Grossi, il quale nel Marco Visconti introdusse poi le sue due più belle liriche. Lo stesso critico Zajotti, dopo aver notato come, per cagione dell'abate Chiari, fosse caduto in basso il romanzo italiano, avverte quello che occorreva per farlo vivere onorato: "A cancellare quella macchia, a rimettere nella vera sua sede l'onesto romanzo, era necessario che sorgesse un uomo ricco di qualità rarissime, e troppo difficili ad essere congiunte in un solo. Ei doveva aver bollente l'ingegno ed il cuore, ma saperli tenere a freno, chè la fantasia non gli avesse a travolgere; dovea conoscere gli uomini, e tuttavia poterli amare, conoscere le passioni, ma, coll'averne trionfato, sapere come si vincano. All'antica erudizione gli era d'uopo unire la nuova sapienza, e l'una e l'altra ravvivare col fuoco d'una splendida immaginativa. Nè questo ancora gli poteva bastare. Bisognava che la sua fama fosse superiore non all'invidia, ch'è impossibile, ma sì alla calunniai bisognava che, circondato da bellissima gloria acquistata con opere di alta letteratura, non avesse a temere la taccia di frivolità impressa da noi agli Studii del romanziere; bisognava finalmente che il suo nome amato dai buoni e riverito anche dai malvagi presentasse l'idea delle più insigni virtù religiose e morali, e solo bastasse colla sua dignità a liberare da ogni sospetto i romanzi. Ma dove rinvenire quest'uomo e come sperarlo? La fortuna ha prosperato l'Italia, e quest'uomo è Alessandro Manzoni. La sola notizia che l'Autore dell'Adelchi, il Poeta degl'Inni Sacri scriveva un romanzo, nobilitò la carriera, e trasse alcuni chiari intelletti ad entrarvi. {Camillo Laderchi, traducendo nel 1846 il giudizio del Sainte-Beuve sopra il Fauriel e il Manzoni, scriveva: "Allorquando Manzoni sta per dar fuori uno scritto, possiam esser sicuri che n'escono in precedenza cento altri a trattare l'argomento che deve essere oggetto della sua pubblicazione, quasi intendendo prevenirlo e torgli la materia di mano. Ciò avvenne per la Storia degli Untori, quando si seppe vicina la stampa del suo libro sulla Colonna infame. Ma poi, tostachè il suo lavoro comparisce, si trova che siffatti tentativi non valsero a impedirgli di conquistare una nuova gloria, camminando per vie prima intentate, e nondimeno sempre sul vero, lontano lontanissimo da tutto ciò che può sapere d'esagerato e di stravagante.") "Il vero ostacolo, il solo che l'ingegno abbandonato a sè stesso non potea vincere, fu pienamente atterrato; gli altri impedimenti, che sarebbe troppo facile annoverare, cadranno di leggieri innanzi al passo animoso degl'Italiani. Nei due secoli della nostra gloria noi avemmo romanzi eccellenti: perchè dovrebbero mancarci nel terzo, ora ch'è sgombra la strada a raccor questa palma? Tutta la terra è scena conveniente ai racconti del romanziere; ma se, com'è desiderio giusto comune, gl'Italiani vorranno rimanersi in Italia, chi potrà sorpassarli nella varia descrizione dei costumi e dei luoghi? Ov'è il paese più favorito dalla natura e del cielo? Ove sono i campi guardati con più amore dal sole? Ed infinita è la diversità delle costumanze e degli usi. Ogni montagna, quasi ogni fiume, divide due popoli vicini, e tuttavia fra loro distinti come due lontanissime genti. Roma, Napoli, Firenze, Milano, Venezia, sembrano altrettante nazioni, che risalendo fino alle loro origini si trovano sempre uguali a sè medesime, ma sempre differenti nelle pratiche della vita civile. L'indole e perfino il modo di pensare n'è diverso, come la storia. Quale mèsse ricchissima pel romanziere che ha da descrivere una tanta delizia, un tanto orrore di luoghi, e può rappresentare sì svariati costumi e con sì facili combinazioni metterli insieme a contrasto! Non ci rimane alcun dubbio, la vittoria in corto volgere d'anni sarà nostra, se il mal augurato romanzo storico non affascina gl'ingegni." Imprende quindi il critico a biasimare l'uso di mescolare il romanzo con la storia, e il biasimo suo conforta di molte buone ragioni, parecchie delle quali dovettero far pensare e persuadere il Manzoni, che s'accinse quindi egli medesimo a giudicare il romanzo storico, per condannarlo senza riguardo.

[13] Il Manzoni si destreggiava contro i suoi critici e contro gli amici dissidenti press'a poco come quel giudice di pace, di cui egli stesso ci ha parlato nel suo ingegnoso e formidabile Discorso sul Romanzo storico: "Un mio amico, di cara e onorata memoria, raccontava una scena curiosa, alla quale era stato presente in casa di un giudice di pace in Milano, val a dire molt'anni fa. L'aveva trovato tra due litiganti, uno de' quali perorava caldamente la sua causa; e quando costui ebbe finito, il giudice gli disse: Avete ragione. Ma, signor giudice, disse subito l'altro, lei mi deve sentire anche me, prima di decidere. È troppo giusto, rispose il giudice, dite pure su, che v'ascolto attentamente. Allora quello si mise con tanto più impegno a far valere la sua causa; e ci riuscì così bene, che il giudice gli disse: Avete ragione anche voi. C'era lì accanto un suo bambino di sette od ott'anni, il quale, giocando pian piano con non so qual balocco, non aveva lasciato di stare anche attento al contradittorio; e a quel punto alzando un visino stupefatto, non senza un certo che d'autorevole, esclamò: Ma babbo! non può essere che abbiano ragione tutt'e due! Hai ragione anche tu, gli disse il giudice. Come poi sia finita, o l'amico non lo raccontava, o m'è uscito di mente; ma è da credere che il giudice avrà conciliate tutte quelle sue risposte, facendo vedere tanto a Tizio, quanto a Sempronio, che se aveva ragione per una parte, aveva torto per un'altra."

[14] Si confronti quello che fin da giovine il Manzoni scriveva da Parigi a' suoi amici lombardi, e ciò che la moglie scriveva di lui nel 1820 al Tosi. Probabilmente il Manzoni avrà parecchie volte prima della pubblicazione de' Promessi Sposi lamentata la indifferenza, la malignità italiana, la quale doveva rincrescergli tanto più dopo essere stato ammirato dal Fauriel e dal Goethe.

[15] Colgo l'occasion per ringraziare l'egregio Antonio Ghislanzoni che mi fu guida intelligente e simpatica nel mio pellegrinaggio artistico ai luoghi manzoniani.

XIX.

IL MANZONI E LA CRITICA.

Appena che i Promessi Sposi si pubblicarono, il pubblico li comprò e li lesse avidamente:[1] se ne fecero subito in tutte le provincie d'Italia ristampe, in Francia, in Germania, in Inghilterra traduzioni. Il pubblico lesse ed ammirò; parecchi nobilissimi ingegni sacrarono tosto con parole di vero entusiasmo il capolavoro della moderna prosa italiana; i soli letterati di professione, facendo il loro solito invido mestiere, criticarono indegnamente. Ma il pubblico, come spesso accade, non gli ascoltò; i Promessi Sposi diventarono, in poco tempo, classici; i luoghi descritti nel romanzo parvero degna mèta di nuovi pellegrinaggi ideali; i tipi de' Promessi Sposi diventarono tutti popolari; il romanzo parve così poetico, che un Del Nobolo si provò pure a mettere quella storia in versi; la pittura, la musica s'impadronirono di quel tèma popolare, reso illustre da una mente sovrana; fino ad oggi le edizioni italiane del romanzo superano le centocinquanta. Nessun libro italiano è forse mai stato letto di più; e pure è singolare che oggi, dopo oltre cinquant'anni, ci siano ancora da scoprire ne' Promessi Sposi tante finezze, tante bellezze che erano passate intieramente inosservate. Un commento ai Promessi Sposi rimane ancora da farsi e non può mancare. Il libro è assai piano, e non sembra abbisognarne: e pure confido che quanto ne sono venuto dicendo fin qui, abbia già convinto alcuno di voi che in questa come in tutte le opere del genio si può sempre scoprire qualche abisso inesplorato. L'antico bisticcio del Tommaseo avrebbe potuto da lungo tempo spingere i lettori a questa maniera d'indagini; ma, o non vi si pose mente, non vedendosi altro in quel giuoco di parole che il giuoco stesso e non l'occasione che gli avea dato mouvo, o, vivo Manzoni, nessuno osò andare a cercar l'Autore nel libro. Dopo la sua morte, si raccolsero parecchi de' suoi motti, si ricordò qualche suo discorso, si pubblicarono alcune sue lettere; ma a rileggere criticamente tutto intiero il libro de' Promessi Sposi, dico a rileggerlo per il pubblico, non s'è pensato ancora; ed è cosa assai strana, fra tanto consenso di ammirazione, che non solo dura, ma cresce sopra la tomba del grande Milanese. I Promessi Sposi li rileggiamo volentieri, perchè ad ogni nuova lettura ci pare d'intenderli e di gustarli meglio; ma, quanto maggiore sarà questo nostro diletto, se noi potremo d'ora in poi leggere quelle tante altre belle cose che il Manzoni nascose prudentemente fra riga e riga, ed alle quali non avevamo fin qui posto mente! Ricordiamoci ch'è del Manzoni e che si trova per l'appunto ne' Promessi Sposi quella similitudine fra i segni del vasto saccheggio fatto nella parrocchia di Don Abbondio accozzati insieme nel focolare e "molte idee sottintese, in un periodo steso da un uomo di garbo." Dicono che Walter Scoti, venuto a Milano, cercasse tosto del Manzoni, per rallegrarsi con lui del suo bel romanzo, e che il Manzoni, il quale definì un giorno lo Scott "l'Omero del romanzo storico," con modestia rispondesse ai primi complimenti: "Se i miei Promessi Sposi hanno qualche pregio, sono opera vostra, tanto sono il frutto del lungo mio studio sui vostri capolavori." Il grande Romanziere scozzese sentì tosto ciò che vi era di eccessivo in quella modestia, e tagliò corto, a quanto si narra (il Carducci pone in dubbio il racconto stesso), con una risposta non meno spiritosa che eloquente, la quale non ammetteva replica: "Or bene, in questo caso dichiaro che i Promessi Sposi sono il mio più bel romanzo." Carlo Cattaneo, forte ingegno lombardo, che non partecipava punto delle idee della scuola manzoniana, anzi le combatteva, parlando un giorno col professor De Benedetti, dichiarava ch'egli non conosceva alcuno scrittore più originale del Manzoni, perchè in nessun altro scrittore si vedono come nel Manzoni armonizzate due qualità che di consueto si escludono, la pietà e la satira. Ho riferito l'opinione d'un rivale e quella d'un dissidente; gioverà ancora ascoltare quella di un nobile avversario. Il Sismondi, contro il quale il Manzoni avea composto il suo libro sopra la Morale cattolica, scrivendo nel 1829, da Ginevra, a Camillo Ugoni, esprimevasi in questi termini sopra il Manzoni: "Je suis enchanté d'apprendre que vous préparez une novelle édition de ses oeuvres; c'est un homme d'un beau talent et d'un noble caractère. J'apprends avec bien de chagrin qu'au lieu de préparer quelque nouvel ouvrage dans le genre du roman historique dont il a fait un présent a l'Italie, il écrit au contraire un grand livre contre ce genre d'ouvrages. Il y avait da génie dans ses Promessi Sposi, il y avait en même temps l'exemple da genre de lecture qui peut, en dépit de la censure, faire l'impression la plus générale et la plus utile sur le public italien."[2] Ma il Manzoni doveva essere originale in tutto; egli avea promesso a vent'anni di mirar sempre alla salita, ma che egli sarebbe caduto sopra una via propria, sulla sua propria orma, quando avesse dovuto cadere. Appena composti i Promessi Sposi, vedendo il pericolo che si correva a passare per creatore del romanzo storico in Italia, e ad esser tenuto complice di tutti i pretesi romanzi storici che si sarebbero pubblicati dopo il suo, ebbe un'idea poetica. Adopero la parola poetica nel modo, in cui piaceva adoprarla a Renzo. Vi ricordate la scena dell'osteria? Un giuocatore dice che le penne d'oca, con le quali si scrive, sono in mano de' signori, perchè sono essi che mangiano le oche, ed è giusto che s'ingegnino a far qualche cosa anche delle penne. Si ride, e Renzo esclama: "To' è un poeta costui. Ce n'è anche qui de' poeti; già ne nasce per tutto. N'ho una vena anch'io, e qualche volta ne dico delle curiose…, ma quando le cose vanno bene." L'Autore soggiunge: "Per capire questa baggianata del povero Renzo, bisogna sapere che, presso il volgo di Milano, e del contado ancora più, poeta non significa già, come per tutti i galantuomini, un sacro ingegno, un abitator di Pindo, un allievo delle Muse, vuol dire un cervello bizzarro e un po' balzano che, ne' discorsi e ne' fatti, abbia più dell'arguto e del singolare che del ragionevole. Tanto quel guastamestieri del volgo è ardito a manomettere le parole, e a far dir loro le cose più lontane dal loro legittimo significato! Perchè, vi domando io, cosa ci ha che fare poeta con cervello balzano?" Il Manzoni dovette sentirsi dare a quel modo del poeta, e non da sole persone del volgo. Quando egli stava correggendo i Promessi Sposi, cioè nel luglio del 1824, dopo avere scritto una bella lettera scherzosa a monsignor Tosi, conchiude: "Ma io m'accorgo che lo scherzo eccede e che la mia pensata di non dirle seriamente quello che io sento, per timore d'essere poco rispettoso, è stata veramente, com'Ella dice qualche volta, poetica. Perdoni Ella davvero questa scappata d'un cervello che Ella conosce per balzano, la perdoni alla vivezza d'un sentimento che aveva proprio bisogno di sfogo." Queste parole sono il commento più autentico che si possa desiderare a quel brano veramente poetico dei Promessi Sposi. Il Manzoni dovea temere i suoi pedissequi, non meno forse che il pericolo d'esser preso egli stesso per un pedante che camminasse sulle traccie altrui. Per i grandi egli aveva un rationabile obsequium; Virgilio, Dante, lo Shakespeare, il Voltaire, il Goethe ammirava, ma sentendosi abbondanza d'ingegno originale, non si provò mai, dopo il Carme per l'Imbonati e l'Uranio, ad imitarli. Concepì il romanzo come un lavoro nuovo e sui generis, anzi, tutto proprio, e nell'anno medesimo in cui l'ebbe terminato, che fu, come s'è già detto, il 1823, diresse al marchese Alfieri una lunga lettera sul romanticismo, la quale rimase allora inedita, ma che ci pare molto eloquente. Compiuto un lavoro destinato a diventar classico, ecco in qual modo egli ragionava intorno ai Classici: "Gli antichi, o almeno i più lodati di essi, sono stati appunto eccellenti, perchè cercavano la perfezione nel soggetto stesso che trattavano, e non nel rassomigliare a chi ne aveva trattati di simili; e quindi per imitarli nel senso più ragionevole e più degno del vocabolo, bisognava appunto non cercare d'imitarli nelll'altro senso servile. Chè molte cose de' Classici erano piaciute, perchè avevano trovato negl'intelletti una disposizione a gustarle, nata da circostanze, da idee, da usi particolari che più non sono. Che, fra i moderni stessi, più vantati son quelli che non imitarono, ma crearono; o, per parlare un po' più ragionevolmente, seppero scoprire ed esprimere i caratteri speciali, originali, degli argomenti che presero a trattare; vi è un po' di contradizione nel dire: prendete a modelli quegli scrittori che furono sommi, perchè non presero alcun modello." Egli non può tollerare l'impero delle leggi stabilite, con molto arbitrio, dai retori. "Ricevere (egli esclama) senza esame; senza richiami, leggi di tali, e così create, è cosa troppo fuori di ragione. E quale infatti (aggiungeva) è l'effetto più naturale del dominio di queste regole? Di distrarre l'ingegno inventore dalla contemplazione del soggetto, dalla ricerca de' caratteri proprii ed organici di quello, per rivolgerlo e legarlo alla ricerca e all'adempimento di alcune condizioni talvolta affatto estranee al soggetto, e quindi d'impedimento a ben trattarlo. Una delle lodi che noi Italiani in ispecie diamo ai poeti che più siamo in uso di lodare, non è ella forse dell'aver eglino abbandonate le norme comuni, dell'essersi resi superiori a quelle, dell'avere scelta una via non tracciata, non preveduta, nella quale la critica non aveva ancor posti i suoi termini, perchè non la conosceva, e il genio solo doveva scoprirla? Se essi dunque hanno fatto così bene, prescindendo dalle regole, perchè ripeteremo sempre che le regole sono la condizione essenziale del far bene?" E sopra questo argomento della ragionevolezza nell'ammirazione egli ritorna ancora con altre parole: "L'ammirazione pe' sommi lavori dell'ingegno è certamente un sentimento dolce e nobile; una forza non so se ragionevole, ma tuttavia universale, ci porta a gustare più ancora un tal sentimento, quando gl'ingegni che lo fanno nascere sono nostri concittadini. Ma l'ammirazione non deve mai essere un pretesto alla pigrizia, voglio dire che non deve mai inchiudere l'idea di una perfezione che non lasci più nulla da desiderare nè da fare. Nessun uomo è tale da chiudere la serie delle idee in nessuna materia; e come nelle opere della produzione materiale, così in quelle dell'ingegno, ogni generazione deve vivere del suo lavoro, e risguardarsi il già fatto come un capitale da far fruttare con nuovi trovati, non come una ricchezza che dispensi dall'occupazione." Egli scrive dunque a suo modo un libro che si battezza come un romanzo storico; così tuttavia non l'ha battezzato egli; egli ha fatto un libro originale che fu ascritto tra i romanzi originali; ma il suo romanzo storico è tale che si può dire di esso:

Manzoni il fece e poi ruppe lo stampo.