Nel vedico Soma noi abbiamo espressa, ora l'ambrosia che può risiedere in più parti, ora la luna che contiene, porta, custodisce l'ambrosia, e la somministra agli Dei, i quali, bevendola, divengono immortali, robusti e vittoriosi nelle loro celesti battaglie contro i mostri; il soma non è solo ambrosia, ma acqua della giovinezza, acqua della salute, acqua della forza; e però si rappresenta esso stesso come guerriero sempre vittorioso; la pioggia è soma, la rugiada dell'aurora è soma, ma più spesso ancora il soma è la pianta lunare, è il succo della luna, l'erba luminosa celeste, è la luna stessa; in compagnia di esso, il Dio Indra scaccia dal cielo i mostri; la luna cresce a misura che i Numi vanno a dissetarsi presso di lei, ossia, poichè la luna genera gli Dei, a misura che gli Dei luminosi le si appressano, essa cresce.
LETTURA SESTA. IL FUOCO.
Il fuoco, Agni (che ritorna nel russo Agonj, nel latino ignis), quantunque, dopo Indra, sia il Nume vedico più invocato, è uno degli Dei meno personali dell'Olimpo vedico, la cui sede è più instabile, la cui forma è meno determinata. Per lo più s'invoca Agni come elemento fuoco, senza dargli persona; ma, anche quand'esso non assume una persona distinta, ha sempre un carattere sacro. Sia che s'accenda nel cielo come sole, come luna, come stella, come aurora, come fulmine, sia che dalla terra, come vulcano ch'erompe, o dal legno, come foco domestico e sacrificale, Agni o il fuoco presenta sempre alla nostra immaginazione un carattere misterioso, che, se può ancora far qualche impressione sopra di noi avvezzi dal lungo uso della vita a trascurare i fenomeni più frequenti della natura, dovette riempir di una profonda maraviglia mista col terrore l'animo innocente de' padri nostri. Trasportiamoci col pensiero ad un'età, nella quale a produrre il fuoco domestico non si conosceva altra industria all'infuori di quella che ricavava scintille dal confregamento di due legni, chiamati insieme aranî (per la stessa analogia, per cui bois in francese è il bosco, e ad un tempo stesso il legno). L'uno de' legni si poneva sotto, l'altro sopra; l'uno era il maschio, l'altro la femmina; il fuoco simile a fanciullo nasceva dall'arani inferiore. Ce lo dice molto chiaramente un inno vedico ad Agni (Rigveda, III, 29): «È questo lo scotimento sopra; è questa la generazione; apportiamo questa signora delle genti (l'arani inferiore, madre del fuoco, e la genitrice per eccellenza); agitiamo Agni come una volta. Agni, il ricco per sè, giace ne' due legni, come il feto ben collocato nelle donne incinte. Agni è da celebrarsi ogni giorno dagli uomini con laudi e sacrificii. Poni giù (l'arani superiore) sopra la larga che giace (l'arani inferiore); essa, subito fecondata, generò il forte Agni.» Questa immagine materiale di Agni generato come un figlio da due pezzi di legno, padre e madre, fra loro confricati, ritorna spesso negli Inni vedici; e nella sua materialità essa è sommamente istruttiva per la storia delle credenze popolari. Poichè dal fuoco figlio delle legna (sûnum vanaspatînâm), considerandosi il fuoco vitale come il generato e quindi generatore per eccellenza, s'immaginò che anche gli uomini fossero nati dal legno. In Piemonte si dice di fanciulli ch'essi sono stati trovati in un bosco, sotto una ceppaia, la quale ritorna nel ceppo e nell'albero di Natale, da cui si fa, con innesto di elementi cristiani e pagani, nascere, con l'allungarsi dei giorni, dopo il solstizio d'inverno, il bambino Gesù;[16] l'inno vedico 68º del libro I del Rigveda ci fa sapere come Agni, ossia il fuoco, è nato come creatura vivente dal legno secco.[17] Questo legno secco, da cui nasce il piccolo Agni come fanciullo, risponde bene al nostro ceppo natalizio.[18] Immaginati i due legni come padre e madre, ed il fuoco che distrugge il legno, dal quale si sprigiona, era naturale la rappresentazione di Agni come un figlio parricida e matricida. Il poeta vedico inorridisce a questo delitto, ed esclama nell'inno 79º del X libro del Rigveda: «O cielo, o terra, questa verità io dico a voi, appena nato, il fanciullo mangia i suoi due parenti.» E quindi, con una ingenuità tutta vedica, ricordandosi che Agni è un Dio, s'umilia confessando: «io, mortale, non posso comprendere un Dio.» Il parricidio è un delitto continuo nella natura; senza la morte de' padri non potrebbero sussistere i figli; Adamo è condannato a morire, dal giorno in cui egli diviene padre. Gli uomini primitivi fermarono spesso la loro attenzione sopra questa legge fatale di natura. E, in quanto il parricidio sia involontario, stabilirono la dottrina del peccato originale, che divenne poi dogma religioso; stabilirono l'onnipotenza del fato, per cui il vecchio Giove è spodestato dal nuovo, per cui Ciro, Edipo, Romolo divengono inevitabilmente parricidi. L'arte intervenne ora per giustificare l'enormità del parricidio incolpando il fato, ora ad immaginare i vecchi parenti come crudeli, feroci, persecutori della gioventù fiorente. Sotto quest'aspetto, il parricida divenne un liberatore, un salvatore; l'antico apparve cattivo, il giovine buono; il giovine che atterra l'antico compie un'impresa gloriosa. Secondo una credenza brâhmanica, il nascimento d'un figlio in una casa ha il merito di liberare il padre da futuri nascimenti, pigliando egli sopra di sè, ed espiando egli stesso la colpa originaria che il padre aveva ereditata. Secondo una tale credenza, la vita era un male, ogni nuovo nascimento che obbligasse l'essere ad entrare in un corpo, come in una prigione, si considerava come una sventura. Finchè non nasceva un figliuolo in una casa, non solo il padre era minacciato, morendo, di rinascere, ma le anime dei trapassati erravano senza sedi certe, col pericolo di entrare in qualche corpo non solo d'uomo, ma di bruto. Nella parola sanscrita putra, che vale figlio, avvicinata a punya che vale bello, puro (come pûta), si vide etimologicamente il purificatore (la vera etimologia della parola è tuttora dubbia). Ma il Mahâbhârata ci offre ancora della voce putra, scritta spesso puttra, una etimologia singolare. Put è un appellativo dato ad uno degli inferni indiani; il suffisso tra dà alla parola il valore di liberatore; onde puttra figlio si spiega come il liberatore dall'inferno Put. «Poichè il nuovo nato libera il padre dall'inferno chiamato Put, perciò si chiama Putra.» Nè solo, secondo il Mahâbhârata, il figlio salva il padre, ma anche i morti maggiori (pûrvapretân pitâmahân). Il figlio che impedisce al padre di rinascere ad una vita mortale, considerata come una pena, è un liberatore; il figlio che viene a pigliare il posto del padre, a liberare sè ed il mondo dal vecchio padre divenuto insopportabile, è un parricida. Entrato nel mito il concetto mostruoso di un parricidio, si tentò abbellirlo sempre più col rappresentare padre e figlio quali nemici fra loro, de' quali il figlio rappresenta il bene, il padre il male.
Noi abbiamo fin qui veduto generalmente il mito discendere dal cielo in terra. Ma, a rappresentarlo nel cielo, concorsero, senza dubbio, immagini della vita terrena. Così, quando troviamo padri e figli nel cielo, bisogna ammettere che furono dapprima conosciuti i padri e i figli sopra la terra; quando troviamo nel cielo matrimonii divini, convien supporre che fossero già conosciuti i matrimonii della terra; quando ci si rappresenta l'aurora come una ballerina, o come una bagnante, convien dire che si fossero già vedute sopra la terra danzatrici e donne bagnanti. Così la nozione di un padre crudele, di una madre cattiva nel cielo, suppone la probabile conoscenza di padri crudeli e di madri perverse sopra la terra. Ogni nome che nasce, suppone necessariamente la conoscenza della cosa che esso deve esprimere; anzi la parola nome significa, secondo l'etimologia, nozione, conoscenza (nâman proviene, com'è noto, da g'nâman). Perciò, quando diciamo che i miti sono nati nel cielo, dobbiamo soggiungere che vi si produssero per lo più con elementi umani o terreni già noti all'uomo. Al cielo, al sole, alla luna, all'aurora si attribuirono qualità proprie di persone umane. Ma il cielo, il sole, la luna, l'aurora essendo fenomeni soltanto celesti, non si può supporre che dalla conoscenza d'un cielo, d'un sole, d'una luna, d'un'aurora terrena siasi raffigurato quindi il cielo nel cielo propriamente detto, il sole, la luna, l'aurora celesti. Ma il cielo coppa si immagina dopo aver conosciuta alcuna coppa terrena, l'aurora pastora si immagina sopra la conoscenza di una pastorella della terra. Il fenomeno è celeste, ma l'immagine che lo rappresenta, con persona mitica, trae la sua origine da una nozione della vita umana. Ma, per quanto si riferisce al fuoco, producendosi il fuoco non meno sopra la terra che nel cielo, anche senza l'immagine mitica il campo riuscì duplice; la terra come il cielo è sua sede; tuttavia, per quella tendenza naturale dello spirito umano a far provenire ogni creazione dal cielo, e a far salire al cielo ogni creatura, anche il fuoco si suppose disceso sulla terra dal cielo, ora in forma di raggio solare, ora in forma di fulmine, sebbene formatosi nel cielo in un modo conforme a quello, con cui solevano gli uomini produrlo sulla terra.
Nel 5º inno del X libro del Rigveda si dice che, in origine, Agni ossia il fuoco era e non esisteva ancora; e ch'esso fu il primo nato nell'età primordiale, Toro ad un tempo e Vacca. Il fuoco vitale si considerò ora come nato per sè, ora come la prima creazione, contenente per ciò in sè il maschio e la femmina, necessarii per generare le altre creature. Ma in che modo il fuoco, quando non si considerò nato per sè, si è esso generato nel cielo? I creatori del mito non potevano immaginare per l'origine del fuoco celeste modi diversi da quelli, con cui si produceva già il fuoco sopra la terra. Se essi avessero potuto immaginare altri modi, li avrebbero adoperati ne' loro usi terreni, ove uno dei più solenni pensieri della vita era quello di trovare il fuoco, e, trovatolo, di conservarlo, onde si capisce perfettamente l'ufficio solenne che, nell'antichità, avevano le Vestali guardiane del fuoco sacro. In terra il fuoco si era visto produrre per mezzo di confregamento. Il confregamento de' corpi accresceva il calore animale; il confregamento dell'asse della ruota del carro contro la ruota stessa aveva talora prodotto l'incendio della ruota ne' carri della terra (e figuratosi il sole come un carro d'oro anche dalle sue ruote giranti si svolse l'incendio); il confregarsi nella stagione estiva di un ramo secco d'albero resinoso contro un altro ramo inaridito aveva provocato l'incendio delle foreste;[19] del pari due pietre battute l'una contro l'altra avevano sprigionato scintille e destato il fuoco. Acquistata sopra la terra dagli uomini ariani l'esperienza de' modi, coi quali si poteva produrre il fuoco, s'immaginò miticamente che il fuoco si producesse nel cielo in modi conformi. Nel vedere pertanto come i fulmini nascessero nel cielo nuvoloso, rappresentatesi le nuvole quali rupi o montagne o alberi grandeggianti, per l'equivoco delle parole adri, parvata, açman, che significarono tutte non solo l'albero, la roccia e la montagna, ma anche la nuvola, con fantasia gigantesca s'immaginò che Indra muovesse, l'una contro l'altra, due montagne, e nel confregarle l'una contro l'altra facesse saltar fuori il fuoco ossia il fulmine, e che il tuono fosse lo strepito prodotto dall'urtarsi delle montagne celesti spinte da Indra. Perciò mi spiego le parole del 1º inno del II libro del Rigveda, ove si canta che Indra generò il fuoco fra le due pietre o roccie (yo açmanov antar agnim g'ag'âna). Negli inni del X libro del Rigveda, ove Agni si identifica talora col sole, vediamo Indra vincere il sole; in altri inni Indra rompe una ruota al carro del sole. È probabile ancora che il fulmine del Dio Indra siasi pure immaginato come svolto dall'arsione d'una ruota del carro solare. Rappresentossi pure Agni come figlio di Tvashtar, il fabbro dell'Olimpo vedico, come vedremo; e, come fabbro, dovea adoperare lo stesso modo nel produrre il fuoco in cielo che adoperavano i fabbri umani a destare il fuoco sopra la terra. Altri Dei son dati come padri ad Agni, ed egli stesso è chiamato Padre degli Dei: ma questa qualità non gli è specifica, trovandosi attribuita a parecchi altri Numi. Apparendo come infuocati il sole, la luna, le stelle, il lampo, il fulmine, tutto ciò che risplende nel cielo del colore del fuoco, e il sole in ispecie prese nome di Agni, il fuoco per eccellenza, che sta sopra tutti gli altri fuochi, con ciascuno de' quali può identificarsi e pigliar singolare persona. Così ancora il rosso di sera, ossia l'aurora vespertina, piglia nell'Aitareya Brâhmana nome e persona di Agni, dicendosi che il sole al tramonto scompare entrando in Agni. Gli Agni son quindi molteplici come i fuochi; ed hanno quindi com'essi diverse sedi, onde l'appellativo di Bhûrig'anma, ossia dai molti nascimenti dato al Dio Agni nel Rigveda. La terra ed il cielo sono le sue sedi principali; ma, come gli stessi Inni vedici c'insegnano, Agni apparve dapprima nel cielo; disceso dal cielo, i Bhr'igu lo comunicarono agli uomini; le forme di questa discesa si trovano ampiamente illustrate in un celebre libro del professor Kuhn (Die Herabkunft des Feuers), al quale rinvio lo studioso. Disceso dal cielo, la tendenza maggiore del fuoco fu poi quella di risalire al cielo, e, sia come fuoco domestico, sia come fuoco sacrificale, sia come fuoco di rogo funebre, di portare in alto, al cielo, fra gli Dei, le preghiere, i voti, le offerte degli uomini, e le anime dei trapassati. Il Rigveda ha consacrato il maggior numero de' suoi inni all'Agni de' sacrificii, rappresentato non solo come messaggiere tra gli uomini e gli Dei, ma come invitatore degli Dei a ricevere le oblazioni. In questa parte speciale di invitatore, di invocatore, di hotar, Agni presiedette ai sacrificii vedici, e fu egli stesso chiamato, nel primo versetto del Rigveda, sommo sacerdote, divino ordinatore del sacrificio, invocatore, sommo apportatore di ricchezze. Non si dimentichi che l'Agni sacrificale si ridestava col giorno, ossia col riapparir della luce, ufficio della quale è scoprir tutte le ricchezze, manifestare gli Dei, ossia i luminosi. Nessuna meraviglia pertanto che l'Agni sacrificale sul far del giorno si celebri non solo come invocatore, ma come apportatore degli Dei; così che, nel tempo stesso, in cui egli è messaggiere degli uomini agli Dei, riesce messaggiere degli Dei agli uomini. Agni è il Dio meno personale, ma il più famigliare dell'età vedica; tutti lo conoscono, tutti lo custodiscono nella casa, come loro atithi od ospite, tutti lo svegliano di giorno in giorno.
A lui si raccomandano gli uomini per ottenere i favori degli Dei; lo trattano bene per conservarselo amico. Lo nutrono di burro, poichè la sua nutrice (l'arani) non può dargli latte, come dice un inno vedico; al suo apparire, il cielo, la terra, le acque, le piante si rallegrano nell'amicizia di esso; e lo temono nemico. Poichè, quanto ai devoti è benefico, tanto, nell'ira, egli può riuscir terribile; esso mugge come toro, rugge come leone, strepita come le onde del mare, incute spavento come un esercito scatenato; portato dal vento, divora e consuma ogni cosa, e, dov'è passato, lascia il nero; ha mille occhi, ha mille corna, artigli aguzzi (onde vien spesso paragonato a falco), aguzzi denti di ferro, barba e capelli d'oro. Un inno tuttavia lo dice privo di piedi e privo di testa (apâd açirshâ; Rigveda, IV, 1); viçvarûpa, ossia onniforme, è pure uno de' suoi nomi, e come onniforme, ossia capace di pigliare qualsiasi forma a suo piacere, si comprende con quale specie di religioso terrore da un popolo ingenuo e primitivo dovesse esser venerato. Tutto l'Atharvaveda, ossia il Veda di Atharvan ch'è uno de' nomi del fuoco, è inteso ad onorare il fuoco terreno, e specialmente il fuoco domestico. Si considera l'Atharvaveda come il Veda più umile, il quarto Veda, il Veda, per così dire, delle donne, le più tenaci nel conservare memoria degli usi, dei riti domestici, delle tradizioni, delle superstizioni popolari, e delle formole relative.
Avendo molta cura del fuoco sacrificale e funebre, il devoto s'assicura non solo i beni di questa vita, ma, per quanto apprendiamo da una leggenda del Çatapatha Brâhmana riferita dal Muir, anche quelli dell'altra. Secondo la leggenda, Agni appena creato da Prag'âpati, incominciò a bruciare ed a perturbare ogni cosa. Allora tutte le creature esistenti si mossero per distruggerlo. Agni ricorse ad un uomo, e gli domandò che lo lasciasse entrare in esso, dicendogli: «Dopo avermi generato, alimentami; se tu farai codesto per me nel mondo di qua, io farò lo stesso per te nel mondo di là.»
Ritorniamo adunque a quel mondo di là, al quale l'Agni del rogo guida gli uomini, diverso da quel fuoco sotterraneo, il cui solo ufficio è la consumazione del cadavere celato nella terra. Vi è un Agni vitale creatore, padre; e vi è un Agni empio, mostruoso, distruggitore. Vi è un Agni divino. Vi è un Agni demoniaco; l'Agni divino è sapiente, luminoso ed illuminante, poichè ora precede l'aurora, e sorge con essa (onde il suo appellativo di Usharbudh); quest'Agni è spesso chiamato rakshohan, ossia uccisore del mostro; tamohan, ossia distruggitore della tenebra. Il fuoco che si tiene tuttora acceso la notte in alcune stalle, per cacciare una specie di demonio che si teme venga nelle tenebre ad occupare il bestiame, è una reminiscenza del vedico Agni rakshohan e tamohan. Il mostro ama le tenebre; lo spauracchio de' bambini discende dalla nera cappa del camino, quando il fuoco è spento; ma il fuoco che si svolge da' cimiteri nelle notti estive, il fuoco vulcanico, ed altre emanazioni del fuoco sotterraneo son considerate come forme fantastiche infernali. Il fuoco sotterraneo è sempre sinistro, come l'inferno si figura sotterra, e sotterra si distende il regno de' serpenti, ove impera il diavolo, il gran serpente.
L'Agni sacrificale apporta al devoto le splendide gioie del giorno; l'Agni del rogo guida la parte immortale (ag'o bhaga; seguo qui evidentemente l'interpretazione del Müller e del Muir) del trapassato, di cui esso, nutrendo sè stesso, consuma le carni, all'eternità degli splendori celesti; perciò l'Aitareya Brâhmana chiama Agni col nome di filo, ponte e via, per la quale si va agli Dei (tvam nas tantur uta setur Agne; tvam panthâh bhavasi devayânah); per esso possono gli uomini arrivare al cielo, e rallegrarsi in gaudio comune con gli Dei (tvayâ Agne prishtham vayam âruhema; atha devaih sadhamâdam madema).
Egli non è solo desiderato dagli uomini, ma anche dagli Dei; ma mentre gli uomini cercano Agni nel legno, gli Dei lo vanno a cercare nelle acque, dove Agni sta nascosto. Questa nozione mitica intorno all'Agni celeste, che abbiamo detto identificarsi spesso nel Rigveda col sole, è di una importanza capitale. Noi entriamo qui in un mondo intieramente favoloso. Sappiamo già come nell'età vedica si producesse il fuoco; e abbiamo veduto che Indra lo trasse fuori dal cielo nuvoloso nella stessa guisa, con cui lo destavano i padri nostri sulla terra, ossia per confricazione. L'uso terrestre ci ha giovato per dichiarare il mito celeste. Ma, come immaginare, con la sola analogia de' fenomeni osservati sulla terra, il fuoco figlio delle acque, il fuoco nascosto nelle acque, il fuoco uscente dalle acque, quando sappiamo che ufficio naturale dell'acqua è quello di spegnere, ma non di destare il fuoco? Ed eccoci pertanto di nuovo richiamati esclusivamente ad un Agni celeste; poichè paragonandosi il cielo nuvoloso e la notte tenebrosa ad un oceano, il fulmine che si sprigiona dalle nuvole, ed il sole che vien fuori ora dalle nuvole, ora dalla tenebra notturna, ci rappresentano ad evidenza una forma di Agni, ossia di fuoco che esce dalle acque, di Agni figlio delle acque, immagine che sulla terra, presso l'Himalaya, non si poteva in alcuna maniera riprodurre. Come adunque abbiamo un Agni terreno (che si fece esso pure derivare dal cielo), venerato particolarmente dagli uomini, così abbiamo un Agni celeste specialmente caro agli Dei che lo vanno a cercare nelle acque, ov'egli s'era nascosto, per timore di subire le stesse sorti dei suoi fratelli maggiori, i quali, secondo la leggenda vedica, erano morti prima di lui. Ora questo minor fratello Agni più accorto de' suoi fratelli maggiori che per scampare da morte si nasconde nelle acque, che scampa nelle acque, ossia dalle acque, ci compie un mito importante. Noi abbiamo già la nozione di un Agni fatalmente parricida che distrugge il legno, da cui è nato; così l'Agni celeste chiamato ora figlio, ora nipote delle acque (apâm napât), distrugge la materna notte, ossia il paterno oceano tenebroso o nuvoloso, da cui vien fuori in forma di sole. Agni è dunque parricida nel cielo come nella terra; ma, per attenerci alla sola nozione vedica, Agni sta nascosto nelle acque, per timore, se vien fuori, d'esser messo a morte, come i suoi fratelli maggiori, ossia soli vespertini e autunnali che hanno preceduto i nuovi soli mattutini e primaverili, figurati come fratelli minori; gli Dei gli assicurano l'immortalità ed egli si manifesta, uccidendo mostri d'ogni maniera.