Est Deus in nobis; agitante, calescimus, illo.
Ma proseguiamo la nostra analisi del Dio Vento vedico. Esso non solo ha il potere di dare la vita, ma, come Agni, anche quello di prolungarla. I venti Marutas sono invocati a portare i rimedii ai devoti. Nell'inno 186º del X libro si canta: «Spiri il Vento a noi un rimedio salutare, al nostro cuore piacevole; le nostre vite protragga. E tu, o Vento, sei nostro padre, nostro fratello, amico nostro; adoprati per la nostra vita. Poichè, o Vento, là nella tua casa si trova l'ambrosia, danne perciò a noi perchè viviamo.»
Vâyu, altro appellativo indiano del vento, ha caratteri analoghi a quelli di Vâta; ma in Vâyu si specifica anco meglio la sua qualità di vento della tempesta, perciò strettamente congiunto col tonante Dio Indra. Vâyu, che un inno cosmogonico dice uscito dall'alito del Purusha, appare, nell'inno 26º dell'VIII libro del Rigveda, genero di Tvashtar, il Dio artigiano vedico, fabbro e falegname celeste; in altri inni il genero di Tvashtar appare, come vedremo, col nome di Vivasvant. Non è forse intanto senza importanza, per i riscontri comparativi, il ritenere come negli Inni vedici il divino Vâyu o vento, o alito fecondatore, è ricevuto in casa del fabbro o falegname Tvashtar come sposo della sua vergine figlia Saranyû, dalle quali nozze nasce poi Yama, il sapientissimo degli Dei, che muore primo per mostrare agli uomini la via dell'immortalità e della beatitudine; un inno del Rigveda ci fa sapere che Yama nacque da un gandharva (i gandharvâs o andanti nei profumi, sono anch'essi una figura dei venti, che scuotono i profumi dai fiori e li diffondono per l'aria) e da un'apsarâ o ninfa; le ninfe sono le amiche del vento, ed una delle loro virtù è quella di rimaner sempre belle, sempre giovani, sempre pure.
Il Dio Vâyu è pure celebrato nel cielo tempestoso, come bello, sapiente, dai molti occhi, mostrantesi sopra un carro luminoso, tirato insieme col fulminante Indra da molti cavalli rossi, gran bevitore di ambrosia come il suo compagno, e scortato dai proprii figli, i Marutas, che dobbiamo ora studiare. Qui evidentemente si tratta del solo vento nella tempesta; sotto il quale aspetto generalmente fu il vento celebrato negli Inni vedici. Ma, quanto al Vâyu genero di Tvashtar, sposo di Saranyû, padre di Yama, equivalente di Vivasvant, non potremmo interpretarlo come il vento tempestoso. È ancora sempre il vento, ma parrebbe il venticello mattutino e vespertino, congiunto con l'aurora mattutina e vespertina, un vento erotico per eccellenza, uno zeffiro; ond'è che ora Vivasvant il sole mattutino, e Saranyû la ninfa aurora, appaiono insieme a generar Yama, il sole vespertino, il sole moribondo, il Dio che muore per noi; ora a generare i due Açvinau che rappresentano le due luci crepuscolari. Vâyu ha per radice vâ; ma la radice vâ si confonde con la radice van (e con ven), che vale specialmente amare, desiderare, appetire, raggiungere (e ritorna in Venus, venustus). Il vento penetra dappertutto; l'amore ha la stessa potenza invaditrice: del resto, a dimostrare la parentela delle radici vâ e van basta l'analogia del nostro vento presso l'indiano vâta; presso Vâyu, «vento,» il linguaggio vedico ci dà l'aggettivo vâyu, «appetente» (che ci permette di supporre presso la forma vâyu quella di vanyu). L'equivoco del linguaggio potè pure aiutare lo svolgimento del mito del vento erotico; come l'equivoco tra le voci vayas, vâyasas, «uccelli,» vâyavas, «venti,» potè rendere più frequente la rappresentazione dei venti sotto la figura di uccelli.
Ma la più frequente rappresentazione vedica del Vento è nel suo numero plurale. Vâyu divenne come Eolo il vento per eccellenza, il padre, il re, il Dio dei venti; i venti, che stanno sotto il potere di esso, pigliano il nome speciale di Marutas. Agni Marut è un vento. Nella voce marut si vide una variante della voce garut che vale ala; il nostro linguaggio poetico ricorda pure frequentemente le ali dei venti. Come Vâyu è l'atman od anima degli Dei, ossia l'anima divina, lo Spirito Santo, come abbiamo veduto l'anima del cristiano, che uscendo dal corpo sale a Dio, chiamarsi Spiritus Sanctus; così, secondo il professore Benfey, i Marutas o venti, o figli del vento, rappresentano le anime dei morti. Se ricordiamo che Yama si rappresenta pure come figlio di Vâyu, non troveremo in questa interpretazione nulla d'impossibile: tuttavia giova osservare come non è questo il carattere proprio dei Marutas, i quali appaiono invece piuttosto come i rapidi, forti, sonanti e brillanti, come i Maschi del cielo (divo maryâs) e come maschio valse virile, così il vero forte, il vero eroe, il vîra per eccellenza nell'Olimpo vedico è il Marut; come nel Râmâyana le grandi prodezze che fanno a Râma vincere le battaglie sono compiute da Hanumant, figlio del vento Marut; come nel Mahâbhârata, dei cinque fratelli Pânduidi il più poderoso che combatte per gli altri, che sopporta tutte le fatiche, è Bhîma, figlio di Vâyu, il Dio del vento e di Kuntî; come l'uccello Garudas è quello che rende invincibile il Dio Vishnu. Gli Inni vedici rappresentano diversamente il numero dei Marutas; per lo più essi appaiono come tre volte sette, ossia come ventuno; ma talora anche sette, e forse ne' loro tre nomi di Vâyu, di Rudra e di Marut si manifestarono pure come una sacra trinità, essendo i numeri tre e sette considerati sacri. Ma talora furono rappresentati tanti Marutas o venti, quanti sono i giorni del mese lunare, ossia ventisette, o tanti quanti sono i giorni della metà dell'anno, in cui dominano specialmente i venti, ossia tre volte sessanta, cioè cento ottanta. I Marutas son chiamati gomâtarâs, ossia aventi per madre una go, ossia la nuvola mobile, e la nuvola o la tenebra rappresentata come variegata (priçnî) vacca lattifera. Perciò il Yag'urveda nero dice che i Marutas sono nati dal latte di Priçni, ossia dalla variegata, ch'essi considerano come loro madre. Ma, perchè abbiamo già veduto il cielo nuvoloso e il tenebroso celebrato quale oceano, così come i Marutas sono appellati gomatâras o figli della vacca, così ancora si chiamano sindhumâtarâs o figli dell'oceano. Un altro loro nome vedico è quello di divas putrâsas, ossia figli del cielo; il cielo comprende qui evidentemente insieme la go ed il sindhu, ossia comprende le due forme mitiche, sotto le quali esso si manifesta nella tenebra notturna e nella nuvola tempestosa. Il nome di divas putra è pure dato a Parg'anya, il temporale e il Dio del temporale, nella quale caratteristica Parg'anya ed i Marutas si trovano pertanto invocati insieme, perchè diano la pioggia; così troviamo congiunti insieme come duali ora Parg'anya e Vâta, ora Vâta e Parg'anya, in quel modo stesso con cui vanno ancora insieme Messer Vento e Madonna Pioggia. E poichè il Dio tonante e fulminante nel temporale piglia nome d'Indra, i Marutas sono chiamati Indravantas, ossia accompagnati da Indra, ed Indra stesso è denominato Marutvan, ossia accompagnato dai Marutas. In questa relazione col cielo nuvoloso, burrascoso, lampeggiante, tonante, pluvio, i Marutas sono celebrati come fiammeggianti, rosseggianti, aurei, splendidamente vestiti con vesti d'oro, aventi nelle mani lancie fulminee, anelli ai piedi, luminosi pendagli sul petto, e ciuffi d'oro sul capo. La natura di guerrieri, nel cielo tonante, è evidente, quando li udiamo chiamare vagrahastâs, ossia aventi nelle mani i fulmini; ma la loro propria natura è sempre quella di venti anche quando si congiungano, come lo Spirito Santo, con le lingue di fuoco; onde li vediamo nell'inno 78º del X libro del Rigveda, risplendere quali vatâsas o venti furiosi impetuosi, come le lingue dei fuochi (agnînâm na g'ihvah virokinas). Nell'Atharvaveda (IV, 27) i Marutas portano nel cielo le acque dal mare, e dal cielo le versano sopra la terra; nel 38º inno del I libro del Rigveda essi oscurano il cielo per mezzo della burrasca acquosa, e ne inondano la terra; ed aprono quindi nuovamente al sole chiuso nella nuvola la sua via celeste. Il vento aduna le nuvole; il vento, insieme coi fulmini, le risolve in pioggia e le dissipa. Tuttociò è un fenomeno naturale, che la poesia potè cantare senza aver bisogno d'immagini mitiche. Ma il mito, anzi il massimo de' miti, si creò per l'appunto nel cielo tonante; e il vento, che muove le nuvole e scatena la tempesta, divenne uno de' principali collaboratori del mito. Il cielo mattutino e vespertino diede occasione a molti idillii e a molti drammi celesti; la grande epopea divina è nata nel cielo tonante, e specialmente nel cielo tonante di primavera. Indra, Zeus, Jupiter, Perkun, Odino trionfano fulminando e tonando. E, poichè i fenomeni della primavera presentano molta analogia con quelli dell'aurora mattutina, de' molti miti che si riferiscono all'aurora, una parte si riscontrò pure ne' fenomeni del cielo tempestoso. Dall'aurora, come dalla nuvola, vien fuori il sole; il sole caccia, disperde, uccide il mostro tenebroso notturno; il sole fulminante atterra il mostro che copriva il cielo, che tratteneva le acque, la pioggia, il nemico Vritra copritore, trattenitore. La somiglianza de' fenomeni che si riferiscono al sole uscente dalla notte con quelli che si riferiscono al sole uscente dalla nuvola, fece sì che una parte de' miti del cielo nuvoloso si trasferisse nel cielo notturno; e Indra si trovi dominante in entrambi i cieli; ma, mentre nella sua lotta contro i mostri tenebrosi della notte Indra ha per suoi principali compagni gli Açvinâu, nella sua lotta contro il mostro tenebroso della nuvola, i principali compagni d'Indra appaiono i Marutas.
L'alato Eros rappresenta ancora una forma del venticello mattutino, che si unisce con la vergine aurora per generare il sole. L'Eros è chiamato nell'India col nome di Kâma, ossia l'Amore, il Dio d'amore. Il vento dicemmo negli Inni vedici farsi nascere ora dall'oceano, ora dal latte della vacca celeste; il venticello mattutino spira con l'alba, l'aurora viene fuori dall'alba, come Aphrodite vien fuori dalla spuma del mare.
Una delle qualità del vento, celebrate dal Rigveda, è quella di andar come vuole: questo Dio va come vuole (yathâvaçam c'arati devah eshah). Ho già avvicinato l'aggettivo vâyu, «desiderante,» con l'appellativo vâyu, «vento,» accostando le radici vâ e van (amare, onde Venus); questo Vâyu appetente, questo Vâyu desiderante riesce quindi un perfetto equivalente di Kâma, l'amante, l'amore, e il Dio d'amore. Come pertanto nell'inno cosmogonico vedico (Rigv., X, 90) abbiamo il Vento qual primo nato dall'alito del maschio universale (vedemmo pure i Marutas denominati maryâs, ossia maschi), così nell'inno cosmogonico 129º del X libro del Rigveda ci si rappresenta come prima creazione Kâma, ossia il Desiderio, l'Appetito, l'Amore. «Kâma nacque primo, che fu il primo seme generatore dell'anima.» Così l'Eros di Esiodo fu il primo nato dal caos. Anima degli Dei, germe del mondo, vedemmo chiamarsi vedicamente il vento; la natura dello Spirito Santo e quella d'amore sono identiche. Il vento mattutino congiunto con la vergine aurora fa uscire il sole; così la colombina di Casa Pazzi annunzia in primavera il sole risorto; così Tertulliano dice della colomba (che vedemmo già essere sacra nell'antichità ellenica alla Venere Aphrodite, una forma ad un tempo dell'aurora e della primavera, l'aurora dell'anno) ch'essa era: in summa Christum demonstrare solita, come figura dello Spirito Santo, l'Eros cristiano. Il mito ellenico d'Amore e Psiche è la forma più poetica che abbia assunta la rappresentazione degli amori del venticello con la vergine. L'amore al pari del vento si rappresenta alato; il pensiero e l'affetto volano; perciò l'inno 85º del I libro del Rigveda ci rappresenta i corsieri dei Marutas o venti rapidi come il pensiero (manog'uvas). Il vedico Kâma ci si rappresenta come figlio della Çraddhâ, che poi divenne la fede; così nel nostro dogma, prima appare la Fede, poi la Speranza, terza la Carità. Dalla fede provengono la speranza e la carità infiammate. In un lungo inno dell'Atharvaveda, riferito dal Muir,[34] troviamo il Dio Kâma, ossia l'Amore, come terza persona di una trinità, nella quale appare primo Indra e secondo Agni: tutti tre salgono sopra lo stesso carro, e cacciano lontano le tenebre maligne. Kâma piglia in quest'inno aspetto di un Dio guerriero, e si unisce al battagliero Indra contro i demoni notturni, come i venti Marutas si uniscono specialmente col battagliero Indra contro i mostri della nuvola. Nel quale carattere Kâma tiene della natura di Ares e Marte (Mamers) Gradivo fratello ed amante di Venere, che corrisponde pure all'indiano vento Marut, guerriero per eccellenza; Marte come i Marutas è un guerriero per passione, ama la guerra per la guerra, è violento, impetuoso, e con tutto ciò, come il vento, tenero per le donne. Il Dio della guerra della tradizione brâhmanica Kârttikeya è figlio di Agni, il Dio del fuoco, uno degli appellativi del quale è pure Kâma; l'Eros ellenico si raffigura come figlio di Marte, Ares.
Nel citato inno dell'Atharvaveda si nomina primo Indra, il divas pati, il Zeus ellenico; secondo Agni, terzo Kâma. Agni e Kâma sono vicini tra loro come il Figliolo e lo Spirito Santo; ad Agni, figlio delle acque, s'accosta, nella sua forma di spirito alato, l'Amore, che combatte e dissipa la tenebra. Nelle prime rappresentazioni della Trinità cristiana occorre il Padre che esce da una nuvola (Indra, Zeus), il Figlio che sta nell'acqua (Cristo), lo Spirito Santo che gli aleggia sopra. Indra, Agni, Kâma, del citato inno dell'Atharvaveda, ci rappresentano una trinità analoga. Ma più spesso gli Inni vedici raffigurano uniti insieme Indra e Vâyu, Indra e i Marutas; Kâma essendo un equivalente del vento, Kâma battagliero trovasi pure intento con Indra a cacciare i malvagi nemici; l'ellenico Ares, figlio di Zeus e fratello di Venere, è ancora una forma di questo vedico Kâma, che ha insieme le qualità di un guerriero e quelle di un amante. E come Dio d'Amore si rappresenta non solo alato, ma belligero; non solo in forma di rapida amorosa colomba, ma veloce, impetuoso uccello, Garuda o Garutmant, Garutvant; ed il Marut e il Marte rappresentano, ad un tempo, la forma dell'amore violento ed il guerriero; il guerriero è un amante e l'amante un guerriero. La parola indiana che esprime l'odio è dvish; or bene dvish non è altro che un desiderio violento; la radice ish ha due significati analoghi: l'uno è quello di arrivare, penetrare, spingere; l'altro è quello di desiderare, volere. Il desiderio è il moto verso una cosa amata; assalendo con violenza l'oggetto, ossia quando l'appetito diviene impeto, l'appetente impetuoso, l'amatore riesce un guerriero. Per questa stessa associazione d'idee, le parole greche Ares, Eros, Eris, poterono avere una radice comune ar analoga di Var.[35] Vara è in lingua indiana, come Kâma, il Desiderio, e quindi lo sposo desiderato, l'amore della sposa, l'oggetto de' suoi amori, il bello, il prediletto, dalla radice var, «desiderare, volere, amare» (cfr. Varya che si dà pure come un appellativo del Dio d'amore), e, certamente, nel suo senso primitivo spingersi verso, penetrare, per la stretta analogia che passa tra le radici ar e var, cui è da aggiungersi ancora tvar, che vale affrettarsi, andare in fretta verso, identica a quella che abbiamo notata fra ish, «penetrare» ed ish, «desiderare.» Io avevo ritenuto fin qui che la parola indiana dvish, che esprime l'odio, valesse propriamente il desiderio in due, e che nella parola duellum, da cui nacque bellum, fosse contenuta la stessa idea di un velle in due. Ma, per quanto una simile etimologia possa illudere, uno studio meglio approfondito mi obbliga a rifiutare questa illusione etimologica, ed a considerare il latino duellum come parola corrispondente della radice tvar, «andar con impeto,» da raffrontarsi con var e ar (per la mediazione di dvar), ed il sanscrito dvish, «odio,» come un equivalente originario di tvish, che vale nel linguaggio vedico, impeto, furia. La guerra è una furia, una Erinni; Tvaritâ è un appellativo della furia indiana Durgâ. Eris e la Erinni sono le impetuose, le furenti; Ares è l'impetuoso, il furioso; Arai chiama Eschilo le Erinni; e non è per noi quindi nessuna meraviglia che il vedico guerriero Vâyu il vento abbia sposato la rapida, ossia violenta Saranyû, in cui Max Müller riconosce l'aurora, ed il Kuhn il fulmine, l'uno l'Elena, l'altro la Erinni, e tutti e due i dotti con molta ragione. Il loro torto, se torto vi ha da essere, incomincia solamente, per quanto mi pare, nell'isolare come essi fanno le loro ragioni reciproche invece di porle d'accordo. Saranyû vale la rapida; le radici ar, sar ebbero significato comune; il vedico ara vale veloce, e sarat ha lo stesso senso; Saranyû valse forse la corrente velocemente o la corrente dietro il veloce, e s'interpetrò forse per la corrente via dal veloce; la leggenda vedica rappresenta Saranyû che fugge via, in forma di cavalla, per non essere raggiunta dallo sposo che le fu destinato dal padre, e che piglia nome ora di Vâyu ora di Vivasvant, ma con cui finisce pure con l'unirsi per generare ora Yama, ora i due Açvinâu. Certamente vi sono tra la leggenda vedica di Saranyû e la ellenica di Elena molti più caratteri affini che non si trovino tra essa ed il mito delle Erinni. Ma è un solo punto che divide un mito dall'altro. Quello che qui importa notare è che come nel linguaggio vedico, presso ara, penetrante, veloce, troviamo ari il violento e quindi il nemico, così presso l'Eros ellenico troviamo l'Eris, le Erinni od Arai ed Ares; così nel sanscrito, presso ish il desiderio, troviamo ishira il fuoco, ishu la saetta; presso ishma equivalente di Kâma desiderio, troviamo Ishma equivalente di Kama o Kandarpa il Dio d'amore, ishvâsa arco ed arciere. Il Dio amante, il Dio penetrante si trasforma così in Dio saettatore; il veloce, l'ardente, l'alato si fa guerriero. Un inno dell'Atharvaveda (III, 25) ci rappresenta già il Dio Kâma che con un dardo aguzzo e formidabile ferisce il cuore.[36] Kâma raccoglie dunque in sè le qualità erotiche ed eroiche dell'Eros che distinguono il Dio Ares e Marte greco-romano, e che si trovano già riunite nei vedici Marutas e nel figlio di Marut Hanumant, il prediletto di Sita presso il Râmâyana, premiato con amore riconoscente qual suo liberatore; nel figlio del vento Bhîma, nel quale, presso il Mahâbhârata, confida specialmente la sposa dei fratelli Pânduidi Drâupadi, e cui si elegge come proprio sposo la sorella del mostro Hidimba. Nella figura di Kâma e di Eros prevale l'amatore; nella figura dei Marutas e di Ares e Marte, il guerriero; Kâma è piuttosto idillico, i Marutas sono specialmente eroici; ma i loro caratteri tuttavia s'incontrano talora, a motivo della loro prima materia mitica comune, ch'è il vento: abbiamo già detto che nella mitologia ellenica Eros appare figlio di Ares, ossia Amore di Marte. In Roma le feste di Marte si celebravano nel mese di marzo, ossia nel noto mese dei venti; e i giuochi, coi quali si celebravano, chiamavansi equiria, dalle corse de' cavalli. Così sono spesso celebrati negli Inni vedici i cavalli dei venti, dei guerrieri Marutas, rossi, aurei, macchiettati (scambiatisi talora con macchiettate antilopi). I Marutas combattono con le lancie, come il Marte latino si manifesta congiunto con Quirinus, il Dio armato di lancia. Nel Rigveda la loro forza, il loro valore, la loro onnipotenza si celebra dai poeti in modo che il loro sommo duce, il Dio Indra, ne piglia dispetto e gelosia. Di questa gelosia tra Indra ed i Marutas troviamo parecchi indizii negli Inni vedici; Indra si sdegna delle lodi e delle oblazioni che i devoti offrono ai Marutas, porta via ad essi i tori ch'erano loro stati offerti, e minaccia di annientarli; allora il devoto pone, per timore d'Indra, da parte le oblazioni destinate ai soli Marutas; il saggio Agastya interviene a pacificare gli Dei fra loro, e si risolve di non offrir più tori ai Marutas, senza offrirne pure nel tempo stesso ad Indra. Queste nozioni leggendarie, che si formano sopra il mito, provano solamente la stretta relazione che hanno i Marutas col cielo tonante e fulminante; quando i Marutas ed Indra si separano e sono in discordia, ossia quando i venti appaiono isolati, senza i fulmini ed i tuoni, fuori del cielo tempestoso, pèrdono della loro grandezza eroica; il vento diviene un personaggio epico nel solo cielo tenebroso e tempestoso, ma in quest'ultimo specialmente; perciò si spiega la stretta relazione di Indra tonante e pluvio coi Marutas, di Zeus con Ares e con Marte, di Odino con Thor e con Thunar.
LETTURA NONA. TVASHTAR IL FABBRO DEGLI DEI.
Noi siamo presso che giunti a mezza via, e non abbiamo fin qui incontrato ancora alcun Dio, il cui appellativo non sia al tempo stesso un nome comune. Noi discorremmo, nel vero, del Cielo, dell'Aurora, del Sole, della Luna, del Fuoco, dell'Acqua, del Vento, ed abbiamo potuto persuaderci come non solo gli Dei che descrivemmo siano congiunti con que' fenomeni e con quegli elementi della natura celeste, ma come, senza di essi, non sarebbero nati e non avrebbero potuto sussistere in alcun modo. Chè, se non ci accadde nè pure fin qui di trovarci di fronte alcun Dio, con persona viva bene spiccata e distinta (se bene in ciascuno di essi ci sia stato possibile il riconoscere alcuni caratteri specifici), di questo, se così posso chiamarlo, difetto nella personale evidenza del mito, la ragione è la stessa origine fisica del mito, della quale gli antichi creatori di miti dovean serbare viva la coscienza. Il fenomeno fisico è talora cantato negli Inni vedici come tale, talora rappresentato con una immagine animata od animale. Questa immagine può scomparire per ritornare; ma ritorna sempre in fenomeni somiglianti: essa serba cioè sempre alcuna traccia della sua prima origine, non solo celeste, ma congiunta con un ordine speciale di fenomeni e di relazioni celesti. Così dicemmo, che, per la loro conforme capacità d'allargarsi, la Prithivî celeste è ora la nuvola, ora la tenebra, ora l'aurora; per la loro comune mobilità, l'aurora come la nuvola piglia il nome di go, e, con questo appellativo, poichè go è chiamata la vacca, si immaginò la vacca aurora, la vacca nuvola. Il mito primitivo ha sempre dunque le sue radici in un terreno fisico che gli è proprio, ossia si produce in un ordine di fenomeni fisici celesti, che si può presentare con parecchie varietà, ma in ciascuna delle quali si conservano alcuni di que' caratteri particolarmente geniali ad una particolare famiglia mitica. De' miti che nascono, gli uni cadono senza vegetare sopra lo stesso terreno che li produce; gli altri germogliano in modo che si vede solamente la pianta, e non si può più, se non per una diligente investigazione, ritrovarne le radici fondamentali. De' nomi, alcuni hanno una scarsa virtù etimologica, altri recano invece una viva potenza scultoria; quelli che esprimono troppo poco, e quelli che scolpiscono molto vivamente, sono efficaci operatori di miti: l'açu, che diviene açva, ossia ancora il rapido, poichè açva è pure il cavallo, genera il Dio cavallo; l'urvâçi vale propriamente la vasta penetrante, la vasta avanzantesi, e potremmo aggiungere la vasta rapida; nella leggenda di Urvâçî abbiamo veduto che essa è l'aurora celebrata come la prima ad arrivare, non solo, ma ch'essa fugge da Purûravas, il quale la insegue. Io non ho bisogno d'avvertire la stretta parentela mitica fra questa Urvâçî, che passa fuggente dal proprio sposo e Saranyû, figlia di Tvashtar, la quale in forma di açvâ, ossia di rapida, fugge dallo sposo Vivasvant destinatole dal padre. Ma açvâ, oltre la rapida, significò pure la cavalla; quindi da un equivoco nato sopra una parola di potente significato etimologico, il mito mostruoso della Dea aurora rappresentata come açvâ o cavalla, e del sole che si fa açva rapido, ossia cavallo per inseguirla, e per congiungersi con lei. Presso queste parole di una singolare potenza etimologica, ve ne sono altre che non ne hanno quasi più alcuna; tale, per esempio, Brahman, che servì poi a denominare il Dio supremo dell'Olimpo brâhmanico. Non rappresentando questo nome, in modo espressivo, nulla di specifico, potè adoperarsi, per qualche ideale concepimento, a significare il nume universale, quando, popolatosi il cielo di numi, si sentì il bisogno di dar loro un reggitore, quando, scemato nell'uomo il sentimento della propria energia, si sentì il bisogno di adorare e d'invocare, con un sol nome, tutte le forze della natura sovrastanti all'uomo. Ma, tra un periodo e l'altro di creazione mitica, quello con cui i miti principiano e quello con cui essi finiscono, vi è un periodo intermedio, nel quale i miti si svolgono, ne' quali si vede distinta una persona divina, e non si scorge quasi più il fenomeno fisico che la muove. A studiar questo periodo siamo ora pervenuti nella nostra peregrinazione a traverso l'Olimpo vedico. Noi arriviamo ad un momento, nel quale il Dio incomincia ad essere qualche cosa, qualche persona vivente per sè; esso si estrinseca artisticamente col suo appellativo dalla immediata realtà fisica, per divenire specialmente un carattere drammatico. Vedemmo già staccarsi l'eroina dall'aurora, l'eroe dal vento, dal fuoco, dal sole, dai fenomeni del cielo tenebroso e tempestoso; ma il loro carattere eroico o ci apparve mobile ed incostante, o si confuse intieramente col carattere del fenomeno fisico. I Marutas ci conservarono più fedelmente il loro tipo eroico, e però li studiammo sul punto di passare a considerar di proposito il mondo eroico vedico; ma dicemmo pure che, come il loro nome, così le loro opere lasciano trasparire la loro propria natura di Venti. Ora passiamo invece a studiar numi, gli appellativi de' quali non ci rivelano punto il loro speciale carattere fisico celeste. — Tvashtar dice il fabbro; Indra, come vedremo, l'intermedio; Açvin, il cavaliero; Yama, l'infrenatore: evidentemente questi quattro appellativi non lasciano a noi trasparire alcun fenomeno fisico immediato; e pure, fra tutti gli Dei vedici, essi son quelli che hanno carattere più spiccato e costante; anzi, se si aggiunga a questi quattro numi l'Aurora ed i Marutas, si può dire d'avere in essi rappresentato tutto ciò che l'Olimpo vedico può offrirci d'essenziale.