E nozze si chiamano veramente in Toscana i banchetti nuziali, ma più specialmente poi certe cialde che si fabbricano in occasione di nozze, onde probabilmente l'adagio: pan di nozze. Così ad uno che sia allegro suolsi domandare se egli venga da nozze, dove si mangia bene e si beve meglio, come ci lascia indovinare il procolo Nencione, nel Mogliazzo del Berni:
E' sarà buon che noi beiàmo un tratto,
Ch'io voglio a queste nozze scorporare!
Nella Tancia del Buonarroti, al conchiudersi di un doppio matrimonio, si canta:
Andiam di brigata
Intanto a bere
E a godere
Una 'nsalata
E doman cialde
Faremo a falde,
Berlingozzi e bastoncelli
Per le nozze di duo' anelli.
Nel banchetto nuziale bolognese trionfa un colossale pasticcio detto croccante, che la sposa deve rompere; e quando il pasticcio è rotto, tutti i convitati applaudono; non occorre indicare il senso di questa cerimonia. A questo punto, ci dice la signora Coronedi Berti, uno de' convitati va di soppiatto sotto la tavola, prende un lembo della vesta della sposa e lo cuce ad un calzone dello sposo; e ciò vuol dire che la loro unione è fatta e non può più disfarsi.
Le cialde, le ciambelle, le schiacciate, le polpette[391], i confetti, gli zuccherini, la grazia[392], gli spinnagghi[393], gli uccelli[394], i trionfi[395], i pemmata[396], i lunghetti[397], i tortelletti, i ravioli[398], accompagnano ogni festa nuziale nell'uso indo-europeo. Il miele di terra d'Otranto si ritrova nelle nozze tartare ed indiane. Le noci delle nozze albanesi sono supplite nell'India da quelle di coco. L'uso romano di distribuir nelle nozze le noci ai fanciulli, come segno di abbandonare i pensieri fanciulleschi, ci è reso popolare dai versi di Virgilio[399] e di Catullo[400]. E il citato proverbio piemontese conferma ancora tal uso:
Pan e nus
Vita da spus[401].
Secondo il signor De Simone, nel circondario di Taranto, i commensali del banchetto nuziale, quando sono giunti ad mala, prendono ciascuno un frutto, lo intaccano col coltello, collocano nell'intaccatura una moneta d'argento e la regalano alla sposa; oppure versano un po' di vino in un bicchiere, e vi buttano dentro una moneta; la sposa morde il frutto, assaggia il vino, e raccoglie la moneta.
Da Olearius apprendiamo che in Persia, se un invitato tardava alle nozze, veniva coricato sopra una scala ritta, con la testa rivolta all'ingiù, e battuto sotto i piedi con una pezzuola attortigliata, fin ch'ei non si riscattasse con qualche regalo.
Simbolo fallico sembrano gli uccelletti vivi che presso il Lago Maggiore e nell'Arpinate portano ancora in tavola, sotto un coperchio, agli sposi. E un altro simbolo fallico contiene certamente il tacchino ornato di nastri rossi, che a Riva di Chieri in Piemonte, nella campagna d'Alba Monferrina e in Ispagna[402], si riserva per l'ultimo giorno del banchetto nuziale, banchettandovisi tre giorni. L'arrivo del tacchino in tavola viene anzi accolto a Riva di Chieri con singolari dimostrazioni d'onore, e il buffone o torottotela, prima che lo si mangi, ne recita un testamento in versi, rozzo componimento, in dialetto, di qualche moderno poetastro[403]. Oltre il buffone, appare ne' banchetti nuziali il musico. Terenzio, negli Adelfi, ci ricorda i suonatori di tibia[404]. «I Greci, scrive il dottor Zecchini, rallegrano i loro banchetti di nozze cogl'improvvisi di un vate ch'è un pitocco del paese, cantati da lui al suono della sua mandola, mentre due danzatori grotteschi ne accrescono la gioia co' loro salti. Omero (Odiss. III) ci dipinge questa festa tale quale la si vede presentemente: