[98] A me, mi.
[99] Abbiate.
[100] Io vorrei scrivere.
[101] Vi lascio la buonasera.
[102] L'anello.
[103] Chi ha macinato, insacchi. Io debbo questi particolari al signor A. Bertolotti che primo pubblicò la canzone Martina de' Canavesani nelle sue geniali Passeggiate nel Canavese. — Vengo pure avvertito come nel Pesarese, a Fenestrelle e in Calabria usino canti improvvisi in occasione di nozze; ma non sono riuscito a procurarmene.
[104] La traduzione italiana suona così:
— Oh! buona sera, vegliatrici.
Pel corpo mio, buona sera.
Oh! buona sera, vegliatrici,
Vegliatrici, buona sera.
— Chi è egli che c'è lì fuori?
Pel corpo mio, chi c'è lì?
Pel sangue mio chi c'è egli fuori?
Chi è egli? chi c'è li?
— Io son Martino di Madonna,
Pel corpo mio, io son Martina,
Io son Martino di Madonna,
Pel sangue mio! Martino Martina!
— Dove se' tu stato, Martina?
Pel corpo mio, dove se' tu stato?
Dove se' tu stato, Martina?
Pel sangue mio, dove se' tu stato?
— Alla gran fiera, o vegliatrici,
Pel corpo mio, alla gran fiera,
Alla gran fiera vegliatrici.
Pel sangue mio, alla gran fiera.
— Che hai tu comprato per la fiera,
Pel corpo mio, che hai tu comprato?
Che hai tu comprato per la fiera?
Pel sangue mio, che hai tu comprato?
— Un bel cappellotto, vegliatrici,
Pel corpo mio, vegliatrici, un cappellotto,
Un bel cappellotto, vegliatrici.
Pel sangue mio, vegliatrici, un cappellotto.
— Apritemi l'uscio, vegliatrici.
Pel corpo mio, apritemi l'uscio,
Apritemi l'uscio, vegliatrici,
Pel sangue mio, apritemi l'uscio.
— Ecco aperto, Martina,
Pel corpo mio, l'uscio è aperto,
Esso è aperto, Martina,
Pel sangue mio, l'uscio è aperto.
[105] Phaedromus s'accosta alla porta della vergine Planesium e canta: «Quid si adeam ad fores atque occentem?» Palinurus: «Si lubet; neque veto, neque, jubeo, etc.» Phaedromus: «Pessuli, heus, pessuli! vos saluto lubens, vos amo, vos volo, vos peto atque obsecro, Gerite amanti mihi morem amoenissimi, etc.» Sembra una delle nostre serenate.
[106] A motivo del loro caldo negli amori, che li rende pure filarmonici alla loro maniera. I Romani nelle calende, e none di maggio, sacrificando al Dio lare, incoronavano di pani un somarello, probabile simbolo di fecondità.