Pure svoltammo, lassù; e scoprimmo il fanale, e la macchia biancastra della villa, e la finestra illuminata e sconsolata.
Al nostro apparire Giuseppe che stava seduto appiè del letto si alzò e guardò verso noi come un reo che si lascia sorprendere.
Senza una parola, senza un cenno, senza respiro io tolsi il candeliere e lo levai alto perchè il dottore potesse esaminar la ferita. E, pur combattendo dentro di me, gettai un'occhiata sul sofferente; e osservai e conobbi la profonda alterazione avvenuta ne' suoi lineamenti. Soffocato dall'angoscia, avrei voluto gridare: «È questo mio fratello?»
Ma d'improvviso mi parve che quell'occhio, rispondendo a un mio sorriso velato di lagrime, si animasse e mi fissasse con una espressione di rimprovero e di dolore così intensa, così acuta, così lacerante, ch'io non potei sostenerla. Lasciai cader nelle mani di Giuseppe il candeliere, e mi cacciai in un angolo, col fazzoletto alla bocca.
Un secolo rimase il dottore curvo in quell'atto.
Quando si fu rizzato ed ebbe consegnata a Giuseppe la ricetta, io lo cercai con uno sguardo, muto, per interrogarlo, Ma egli tacque. Si postò appiè del letto volgendomi le spalle, e non si mosse che al ritorno del servo per predisporre l'occorrente alla lavatura e alla fasciatura della ferita. Alfine aperse il suo astuccio di cuoio nero, e ne cavò un oggetto che scintillò.
Come io vidi sotto il rasoio recisa cadere e ruzzolar giù pe 'l lenzuolo la prima ciocca di capelli, quella bella ciocca nera che soleva recingere l'orecchio del suicida, mi copersi la faccia, con le mani, e mi rifugiai nell'anticamera, pazzo di dolore.
—Assoluta quiete, assoluto riposo,—venne a raccomandarmi il dottore prima di licenziarsi.—Nulla, presso l'infermo, che possa turbarlo. Sarà bene che anche lei si allontani.
Nello stringergli la mano raccolsi le mie misere forze per dimandargli:
—Posso sperare, dottore?