Nell'aperto riso, nel tripudio immenso di tutte le cose, come esultava e traboccava, cantando, il mio essere!
Certo il mare, il mare turchino che alla spiaggia aveva il fruscio della seta, non aveva tremolato mai così vago, nè il sereno aveva brillato mai così vivido, nè l'aria aveva mai, così limpida, rivelati in tutta la loro smagliante freschezza i colori e le forme delle cose.
Per tutto la vita, la gioia della vita si appalesava, zampillando diffusa, intensa, vittoriosa.
E trionfava, baldanzosa, maravigliosa, sovrana.
Che voluttà, che inaudita voluttà, tuffarsi in quell'onda vivificante di gioia! Che ebbrezza, che divina ebbrezza, annegarvisi!
Davanti a mio fratello durai fatica a comprimere la fontana d'allegrezza che spicciava su dal mio intimo.
—Qualche novità!—gridò lui raggiante, alludendo ai miei lavori letterarî, poi che quando componevo solevo aver sul volto quella stess'aria di letizia esaltata, insolente, provocatrice.
Io mi sciolsi dalla stretta della sua mano con un ghigno ambiguo che tutto confermava e tutto negava.
Ma non fiatai.—Udivo le parole di lui, che s'era messo a raccontar d'un suo amico stato ferito in duello il mattino, come un ronzio confuso che mi frastornava maledettamente, e m'opprimeva e m'indispettiva.—Quando potei, in un momento di tregua, ripiegarmi a cacciar, quasi di furto, uno sguardo in fondo alla mia coscienza, non vi trovai più il tesoro di quella certezza soave, calda, irruente: appena le vestigia in un pugnello di cenere fredda e in un'ombra di fumo, grigia. Preso da uno smarrimento mortale, e incapace di rimaner ancora immobile davanti a lui che seguitava, calmo e roseo, il racconto, mi levai e uscii sul terrazzo, a passeggiare, sotto il sole, solo.
Ma egli mi raggiunse, e mi si accompagnò, e rappiccò il discorso, centuplicando l'oppressura.