«Stamane per la strada solitaria lungo il mare mi siete passata dinanzi rapida e tenebrosa. E il mio cuore s'è messo a battere, indovinando. Vi ho raggiunta mentre stavate per aprire il cancelletto del vostro giardino, e vi ho guardata in viso, la prima volta, curva in quell'atto, E voi, con uno sguardo dei vostri diabolici occhi, mi avete fulminato. E siete scappata via leggera come un uccello! E improvvisamente siete apparsa alla finestra, e mi avete fissato, ancora! Cosa avete voi in quei diabolici occhi? Come cera al sole io mi son sentito struggere, e mi son lasciato struggere. Poi me ne son venuto via col cuore gonfio d'una certezza calda, soave, inebbriante. E tutto quest'oggi mi son nutrito di questa certezza, ho vissuto di questa febbre di fiamma e di abisso. O bellissima tenebrosa! Perchè non mi gettate la parola che io sospiro delirando? La parola che mi farà morire, morire di ebbrezza, prima ch'io possa appressare le labbra alla coppa della felicità? Guardate. Mi inginocchio a' vostri piedi e vi supplico. Non prolungate, tacendo, questo supplizio! Scrivete subito, oggi. Ditemi dove, quando, potrò parlarvi. Poichè ho bisogno di dirvi cose che non posso scrivere, che incenerirebbero il foglio.»
Io aveva così cercato di velare de' colori attraenti d'una passione d'amore quel che non era se non un improvviso risveglio, una torbida rabbiosa e cieca esplosione de' miei appetiti sessuali. Ed avevo gioito in fondo al mio cuore pensando che il carco di miserie, di tristezze e di abiezione che accasciava la vittima, me l'avrebbe più presto sospinta nelle braccia: gioito come se già ghermissi e sentissi, tra' miei artigli, viva dibattersi la preda.
La mia coscienza non era già ottenebrata al punto ch'io non potessi discernere tutto ciò che di abominevole e di vituperevole si nascondeva sotto una simile azione. Ma io comprendeva altresì con sufficiente lucidità come qualsiasi tentativo di resistenza da parte delle mie migliori energie sarebbe inevitabilmente fallito. Un turbine m'aveva sorpreso ed involto nelle sue spire mugghiando: ed io mi moveva portato dalla sua rapina con la leggerezza di un fuscello.
Solo assai tempo dopo, ritessendo io nella mente la storia del mio fosco passato, potei riescire a rendermi ragione del come quel primo fatto e quelli non meno obbrobriosi che gli tennero dietro, dovessero necessariamente accadere e succedersi quasi anelli d'una stessa catena.—La mia adolescenza e la mia prima giovinezza erano state ben singolari! Eccettuato un vago sentimentale amoretto che, sorto con l'adolescenza, s'era a stento trascinato fino alle porte della giovinezza per morirvi d'anemia e di consunzione,—si sarebbe potuto dire che la donna non era entrata mai nella mia vita. L'unico vero e serio e grande amore della mia vita era stata l'Arte. L'unica mia ambizione, imprimere un'orma non cancellabile nella storia della nostra letteratura, e incoronar di gloria il mio nome. Per quest'unico amore e per quest'unica ambizione io aveva imparato a vivere, fin da' quindici anni. Tanto mi ero preso d'essi, tanto mi ero sprofondato in essi, che avevo finito per allontanarmi e straniarmi dal mondo. A quella fiamma intensa ed assidua il mio cuore s'era quasi essiccato. La mia parola era diventata arida ed aspra: ahimè! perfino con mia madre!
Povera e santa mamma!
Che bella e dolorosa vita era stata la sua!—Nel '66, a soli ventidue anni, aveva perduto il babbo, a Mentana, che adorava. Non le eravam rimasti che noi due, e non aveva vissuto che per noi. Per poterci mantenere agli studî aveva fatto mille sacrifici. S'era quasi privata di tutto. Aveva sùbito smessa la vettura e licenziata la servitù. Aveva lasciato l'antico palazzo di Genova, strappandosi d'un colpo a' rumori, alle distrazioni ed a' piaceri cittadineschi; e s'era venuta a rifugiar in quell'angolo abbandonato e selvaggio, a respirarvi, come entro la cerchia d'un chiostro, la solitudine ed il silenzio: posando sulle nostre teste infantili il delicato giglio della sua mano protettrice e amorosa.
Vederla improvvisamente mancare, era stato uno schianto!
Io avevo pianto a lungo, maledicendo l'iniqua crudeltà del destino che abbatteva così brutalmente un'esistenza innocente come un fiore. Avevo guardato la vita con occhio torvo e corrucciato: avevo ripensato alle mie battaglie, alle mie seti, alle mie fedi come a cose vane, sterili, inutili. Ed avevo anelato il riposo, la pace, l'infinito sonno, il Nulla!
Ma la vita m'aveva subito riafferrato. L'antica passione m'aveva di nuovo investito. L'Arte m'aveva di nuovo tese le braccia, seducente di rorida intatta bellezza. Ed io m'era salvato in grembo al mio mondo chiuso e profondo.
Della cara Estinta non tutto avevo ereditato. Non quel vigile ardente spirito di amore, di annegazione e di sacrificio che abbracciava in un vasto amplesso tutte le forme dell'Essere e caratterizzava, santificandolo, ogni atto della sua vita: ma sì l'inquieto affannoso anelito verso l'Alto, e la sacra, tenace devozione a un ideale di purezza e di nobiltà.