Il romore della carrozza chiamò una folla di servitori al cancello. Sant'Aubert scese, e condusse Emilia in una sala gotica; ma gli stemmi, le antiche insegne della famiglia non la decoravano più. Le travi, e tutto il legname di quercia del soffitto, erano stati tinti di bianco. La gran tavola, ove il feudatrio faceva pompa tutti i giorni della magnificenza e dell'ospitalità sua, dove il riso ed i lieti canti avevano così spesso rimbombato, questa tavola non esisteva più; le panche istesse che circondavano la sala, erano state tolte. Le grosse pareti non erano ricoperte che di frivoli ornamenti, i quali dimostravano quanto fosse gretto e meschino il gusto ed il sentimento del proprietario attuale.
Sant'Aubert fu introdotto nel salotto da un elegante servitore parigino. I coniugi Quesnel lo ricevettero con fredda garbatezza, con qualche complimento alla moda, e parvero aver obliato totalmente di aver avuto una sorella.
Emilia fu sul punto di versare lacrime, ma ne fu trattenuta da un giusto risentimento. Sant'Aubert, franco e tranquillo, conservò la sua dignità senza mostrare di avvedersene, e pose, in soggezione Quesnel; il quale non poteva spiegarsene il motivo.
Dopo una conversazione generale, Sant'Aubert mostrò desiderio di parlargli da solo a solo. Emilia restò colla signora Quesnel, e fu tosto informata come per quel giorno istesso fosse stata invitata una società numerosa: essa fu costretta di sentirsi dire che una perdita irrimediabile non deve privare di verun piacere.
Quando Sant'Aubert seppe di questo invito, sentì un misto di disgusto e d'indignazione per l'insensibilità di Quesnel, e fu quasi tentato di tornarsene al momento al suo castello; ma sentendo che, a suo riguardo, era stata invitata a venire anche la signora Cheron, e considerando che Emilia avrebbe potuto un giorno provare le conseguenze dell'inimicizia d'un simile zio, non volle esporvela; d'altra parte, la sua istantanea partenza sarebbe parsa senza dubbio poco conveniente a persone, che mostravano nondimanco un sì fiacco sentimento delle convenienze.
Fra i convitati si trovavano due gentiluomini italiani, uno chiamato Montoni, parente lontano della signora Quesnel, dell'età circa quarant'anni, di ammirabile statura; avea fisonomia virile ed espressiva, ma in generale esprimeva la baldanza e l'alterigia, piuttosto che ogni altra disposizione.
Il signor Cavignì, suo amico, non mostrava più di trent'anni. Era ad esso inferiore di nascita, ma non in penetrazione, e lo superava nel talento d'insinuarsi. Emilia fu piccata del modo con cui la Cheron parlò a suo padre. « Fratello mio, » gli diss'ella, « mi spiace di vedervi di così cattiva ciera; dovreste consultare qualche medico. » Sant'Aubert le rispose, con malinconico sorriso, che presso a poco stava come al solito; ed i timori di Emilia le fecero trovare il padre cambiato assai più che realmente nol fosse. Se Emilia fosse stata meno oppressa, si sarebbe divertita, la diversità dei caratteri della conversazione durante il pranzo, e la magnificenza istessa con cui fu servito, molto al di sopra di tutto quanto aveva veduto fin allora, non avrebbero senza dubbio mancato di svagarla. Montoni, recentemente giunto dall'Italia, raccontava le turbolenze e le fazioni che agitavano quel paese. Dipingeva con vivacità i diversi partiti; deplorava le probabili conseguenze di quegli orribili tumulti. Il suo amico parlava con altrettanto ardore della politica della sua patria; lodava il governo e la prosperità di Venezia, e vantava la di lei decisa superiorità su tutti gli altri Stati d'Italia; si rivolse in seguito alle signore, e parlò colla medesima eloquenza delle mode, degli spettacoli, delle affabili maniere dei Francesi, ed ebbe l'accortezza di far cadere il suo discorso su tutto ciò che poteva lusingare il gusto di quella nazione: l'adulazione non fu conosciuta da coloro cui era indirizzata, ma l'effetto però che produsse sulla loro attenzione non isfuggì alla sua perspicacia. Quando potè disimpegnarsi dalle altre signore, si rivolse ad Emilia; ma essa non conosceva nè le mode, nè i teatri parigini, e la sua modestia e semplicità, e le sue belle maniere contrastavano forte col tuono delle compagne. Dopo il pranzo, Sant'Aubert uscì solo per visitare ancora una volta il vecchio castagno, che Quesnel pensava distruggere. Riposando sotto quell'ombra, guardò attraverso le folte sue frondi, e scorse tra le foglie tremolanti l'azzurra vôlta de' cieli; gli avvenimenti della sua gioventù presentaronsegli tutti insieme alla fantasia. Si rammentò gli antichi amici, il loro carattere, e perfino le loro fattezze. Da molto tempo essi non esistevano più; gli parve essere anch'egli un ente quasi isolato, e la sua Emilia sola poteva fargli amare ancora la vita.
Perduto nella folla delle immagini che gli presentava la sua memoria, giunse al quadro della moribonda sposa; sussultò, e volendo obliarla, se gli fosse stato possibile, tornò alla società.
Sant'Aubert fece attaccare la carrozza di buonissim'ora; Emilia si accorse per via ch'era più taciturno è più abbattuto del solito; essa ne attribuì la cagione alle memorie ricordategli da quel luogo, nè sospettò il vero motivo d'un dolore ch'egli non le comunicava.
Ritornati al castello, la di lei afflizione si rinnovò, e conobbe più che mai gli effetti della privazione di una madre tanto cara, che l'accoglieva sempre col sorriso e le più affabili carezze, dopo un'assenza anche momentanea. Or tutto era cupo e deserto.