— Se non c'è altra difficoltà, m'incarico io di risponder per lei. Sappiate, signore, ch'essa è sotto la mia custodia, ed io pretendo ch'ell'abbia ad uniformarsi in tutto alla mia volontà. »

Sì dicendo, si alzò, e ritirossi nella sua camera lasciando Emilia e Valancourt in pari imbarazzo: finalmente il giovine, la cui speranza era maggiore del timore, le parlò colla vivacità e franchezza a lui naturali: ma Emilia non si rimise se non dopo qualche tempo prima di intendere le domande e le preghiere sue.

La condotta della signora Cheron era stata diretta dalla sua vanità personale. Valancourt, nel suo primo abboccamento con lei, le aveva ingenuamente confessata la sua posizione attuale, e le sue speranze per l'avvenire; e con maggior prudenza che umanità, aveva severamente ed assolutamente respinta la sua domanda: desiderava che la nipote facesse un gran matrimonio, non già perchè le augurasse la felicità che si suppone unita al grado ed alla opulenza, ma per voler dividere l'importanza che un illustre parentado potea darle. Quando seppe che Valancourt era nipote d'una persona come madama Clairval, desiderò un'unione il cui splendore per certo avrebbela avvolta nella sua aureola. Fondando le sue speranze sulla ricchezza della Clairval, obliava ch'essa aveva una figlia. Valancourt però non l'aveva dimenticato, e contava sì poco sopra l'eredità della propria zia, che non aveva neppure parlato di lei nel suo primo colloquio colla Cheron; ma comunque potesse esser per l'avvenire la fortuna d'Emilia, la distinzione che le procurava questo parentado era certa, giacchè la brillante situazione della Clairval formava l'invidia di tutti, ed era un oggetto d'emulazione per quelli che potevano sostenerne la concorrenza. Essa aveva dunque acconsentito di abbandonar la nipote all'incertezza d'un impegno la cui conclusione era dubbiosa e lontana; e di tal modo poco combinata la sua felicità o col consenso, o coll'opposizione: avrebbe però potuto render questo matrimonio sicuro e vantaggioso insieme, ma una tal generosità non entrava allora per nulla nei suoi progetti.

Da quel punto, Valancourt fece frequenti visite alla signora Cheron, ed Emilia passò nella sua società i più felici momenti dei quali avesse goduto dopo la morte del padre. Erano ambidue troppo dolcemente occupati del presente, per interessarsi molto del futuro: amavano, erano riamati, e non sospettavano che quell'istesso attaccamento, il quale formava la loro felicità, potesse cagionare un giorno la disgrazia della loro vita. In questo intervallo, la relazione della Cheron colla Clairval divenne sempre più intima, e la vanità della prima si pasceva di già bastantemente, pubblicando da per tutto la passione del nipote della sua amica per Emilia.

Montoni divenne anch'egli l'ospite giornaliero del castello, ed Emilia si accorse, col massimo dispiacere, ch'egli era l'amante di sua zia, e amante favorito.

I nostri due giovani passarono così l'inverno, non solo nella pace, ma anche nella felicità. Il reggimento di Valancourt era in guarnigione vicino a Tolosa, per cui potevano vedersi di frequente. Il padiglione del terrazzo era il teatro favorito delle loro conferenze; la zia ed Emilia vi andavano a lavorare, e Valancourt leggeva loro opere di spirito. Egli osservava l'entusiasmo d'Emilia, esprimeva il suo, e si convinceva infine, ogni giorno più, che le loro anime erano fatte l'una per l'altra, e che con il medesimo gusto, la medesima bontà e nobiltà di sentimenti, essi soli reciprocamente potevano rendersi felici.

FINE DEL PRIMO VOLUME


1875. Milano, Tip. Ditta Wilmant.