Nell'ammogliarsi, egli non seguì l'esempio della sorella; la sua sposa era un'Italiana, ricchissima erede; ma il costei naturale e l'educazione ne facevano una persona frivola quanto vana.

Si erano prefissi di passare la notte in casa di Sant'Aubert, e siccome il castello non bastava ad alloggiare tutti i domestici, furono mandati al vicino villaggio. Dopo i primi complimenti e le disposizioni necessarie, Quesnel cominciò a parlare delle sue relazioni ed amicizie. Sant'Aubert, il quale aveva vissuto abbastanza nel ritiro e nella solitudine perchè questo soggetto gli paresse nuovo, lo ascoltò con pazienza ed attenzione, ed il suo ospite credè ravvisarvi umiltà e sorpresa insieme. Descrisse vivamente il piccolo numero di feste, che le turbolenze di quei tempi permettevano alla corte di Enrico III, e la sua esattezza compensava l'arroganza: ma quando arrivò a parlare del duca di Joyeuse, di un trattato segreto, ond'egli conosceva le negoziazioni colla Porta, e del punto di vista sotto al quale Enrico di Navarra era veduto alla corte, Sant'Aubert richiamò l'antica esperienza, e si convinse facilmente che il cognato tutto al più poteva tenere l'ultimo posto alla corte; l'imprudenza dei suoi discorsi non poteva conciliarsi colle sue pretese cognizioni: pure Sant'Aubert non volle mettersi a discutere, sapendo troppo bene che Quesnel non aveva nè sensibilità, nè criterio.

La Quesnel, nel frattempo, esprimeva il suo stupore alla Sant'Aubert sulla vita trista che menava, diceva essa, in un cantuccio così remoto. Probabilmente, per eccitare l'invidia, si mise poscia a narrare le feste da ballo, i pranzi, le veglie ultimamente date alla corte, e la magnificenza delle feste fatte in occasione delle nozze del duca di Joyeuse con Margherita di Lorena, sorella della regina; descrisse colla stessa precisione e quanto aveva veduto, e quanto non erale stato concesso di vedere. La fervida immaginazione di Emilia accoglieva que' racconti coll'ardente curiosità della gioventù, e la Sant'Aubert, considerando la figlia colle lacrime agli occhi, comprese che se lo splendore accresce la felicità, la sola virtù però può farla nascere.

Quesnel disse al cognato: « Sono già dodici anni che ho comprato il vostro patrimonio. — All'incirca, » rispose Sant'Aubert, reprimendo un sospiro. — Sono ormai cinque anni che non vi sono stato, » riprese Quesnel; « Parigi ed i suoi dintorni sono l'unico luogo ove si possa vivere; ma d'altra parte, io sono talmente occupato, talmente versato negli affari, ne sono tanto oppresso, che non ho potuto senza grandissima difficoltà, ottenere di assentarmi per un mese o due. » Sant'Aubert non diceva nulla, e Quesnel seguitò: « Sonomi maravigliato spesso, che voi, assuefatto a vivere nella capitale, voi, che siete avvezzo al gran mondo possiate dimorare altrove, sopratutto in un paese come questo, ove non si sente parlare di nulla, e dove si sa appena di esistere. — Io vivo per la mia famiglia e per me, » disse Sant'Aubert; « mi contento in oggi di conoscere la felicità, mentre anch'io per lo passato ho conosciuto il mondo.

— Ho deciso di spendere nel mio castello trenta o quarantamila lire in abbellimenti, » soggiunse Quesnel, senza badare alla risposta del cognato; « mi son proposto di farci venire i miei amici nella prossima estate. Il duca di Durfort, il marchese di Grammont spero che mi onoreranno della loro presenza per un mese o due. »

Sant'Aubert l'interrogò su' suoi progetti di abbellimento; si trattava di demolire l'ala destra del castello per fabbricarvi le scuderie. « Farò in seguito, » aggiunse egli, « una sala da pranzo, un salotto, un tinello, e gli alloggi per tutti i domestici, poichè adesso non ho da allogarne la terza parte.

— Tutti quelli di mio padre vi alloggiavano comodamente, » riprese Sant'Aubert, rammentandosi con dispiacere l'antica abitazione, « ed il di lui seguito era pur numeroso.

— Le nostre idee si sono un po' ingrandite, » disse Quesnel; « ciò ch'era decente in quei tempi, or non parrebbe più sopportabile. »

Il flemmatico Sant'Aubert arrossì a tai parole, ma l'ira fe' presto luogo al disprezzo.

« Il castello è ingombro d'alberi, » soggiunse Quesnel, « ma io conto di dargli aria.