Emilia era talmente attonita, che potè appena replicare alla zia, e, a tenore del suo desiderio, tornò nel padiglione ad informar l'amante dell'accaduto. La sorpresa non fu il primo sentimento di Valancourt, sentendo parlare di queste nozze precipitose; ma quando seppe che le sue erano differite, e che gli ornamenti preparati per abbellire l'imeneo della sua Emilia, stavano per esser degradati servendo per la signora Montoni, il dolore e lo sdegno agitarono a vicenda il suo spirito. Non potè dissimularlo alla fanciulla; i di lei sforzi per distrarlo e scherzare su questi timori repentini furono inutili. Quando alla fine si separò da lei, era oppresso da una tenera inquietudine che la colpì vivamente, e pianse senza saper perchè, quando fu giunta all'ingresso del giardino.
Montoni prese possesso del castello colla facilità d'un uomo che da lunga pezza lo riguardava come suo. Il suo amico Cavignì l'aveva singolarmente servito prodigando alla Cheron le attenzioni e le adulazioni ch'essa esigeva, ed alle quali Montoni pareva prestarsi con pena; egli ebbe un appartamento nel castello, e fu obbedito dalla servitù come lo stesso padrone.
Pochi giorni dopo, la signora Montoni, come l'aveva promesso, diede un magnifico pranzo ad una numerosa società. Valancourt v'intervenne, ma la Clairval se ne scusò. Vi fu accademia di musica e festa da ballo. Valancourt, come di ragione, danzò con Emilia; egli non poteva esaminare le decorazioni della festa, senza rammentarsi ch'erano destinate per le sue nozze. Nonostante cercava di consolarsi, pensando che fra poco i suoi voti sarebbero stati esauditi. La signora Montoni ballò, rise e chiaccherò del continuo tutta la sera. Montoni però, taciturno e riservato, sembrava ristucco di quel divertimento, e della frivola società che ne formava l'oggetto.
Fu il primo e l'ultimo banchetto dato in occasione di quelle nozze. Montoni, cui il carattere severo, e il taciturno orgoglio, impedivano d'animare queste feste, era nondimeno dispostissimo a provocarle. Trovava esso ben di rado nelle conversazioni un uomo che potesse rivaleggiar con lui per lo spirito od il talento. Tutto il vantaggio, in questa specie di riunioni, era dunque sempre dalla parte sua. Conoscendo con quale egoismo si frequenta la società, temeva d'esser vinto in simulazione, ovvero in considerazione, dovunque egli si trovava. Ma la signora Cheron, quando trattavasi del proprio interesse, aveva talfiata più discernimento che vanità. Conosceva essa la sua inferiorità alle altre donne in tutte le qualità personali. La gelosia naturale risultante da questa cognizione, ne contrariava dunque l'inclinazione per le riunioni che offriva Tolosa. La sua politica era cambiata; si opponeva con vivacità al gusto del marito per il gran mondo, e non dubitava ch'egli non fosse per essere così ben ricevuto da tutte le donne com'eralo stato allorchè faceva la corte a lei.
Erano scorse poche settimane da questo matrimonio, quando la signora Montoni partecipò ad Emilia il progetto di andare in Italia, tostochè fossero finiti tutti i preparativi pel viaggio.
« Andremo a Venezia, » diss'ella; « Montoni vi possiede un bel palazzo, e quindi passeremo al suo castello in Toscana. Perchè prendete voi un'aria così seria, figliuola? Voi che amate tanto le belle vedute, dovreste essere incantata di questo viaggio.
— Devo forse venire anch'io? » disse Emilia con emozione e sorpresa insieme.
— Sì, certo, » replicò la zia; « come potete supporre che noi vogliamo lasciarvi qui? Ah! vedo che pensate al cavaliere. Io credo che non sappia nulla, ma lo saprà sicuramente quanto prima. Montoni è uscito per darne parte alla signora Clairval, ed annunziarle che i nodi proposti fra le nostre famiglie sono sciolti irremissibilmente. »
L'insensibilità colla quale la Montoni faceva sapere alla nipote che la separavano, forse per sempre, dall'uomo al quale doveva unirsi per tutta la vita, aumentò vie più la disperazione dell'infelice a tal notizia. Quando potè parlare, domandò il motivo di tal cangiamento a riguardo di Valancourt; e l'unica risposta che ne ottenne fu, che Montoni aveva proibito questo matrimonio, attesochè Emilia poteva aspirare a partiti assai più vantaggiosi.
« Io lascio attualmente tutta questa faccenda a mio marito, » soggiunse la Montoni; « ma devo convenire che il signor Valancourt non mi è piaciuto mai, e che non avrei mai dovuto dare il mio consenso. Son debole assai; bene spesso son così buona, che le pene altrui mi rattristano, e la vostra afflizione la vinse sulla mia opinione. Il signor Montoni però mi ha dimostrato con molta chiarezza la follia ch'io faceva, ma non avrà certo a rimproverarmela una seconda volta. Pretendo assolutamente la vostra sommissione a quelli che conoscono meglio di voi i vostri interessi, e ci dovete obbedire in tutto. »