— Eccoli, » gridò la zia, « li sento venire. »
Emilia alzò gli occhi languenti verso la porta, spaventata al maggior segno. Fu messa la chiave nella serratura; la porta si aprì, ed entrò Montoni seguito da tre satelliti. « Eseguite i miei ordini, » disse loro accennando la moglie; essa mise un grido e fu trascinata via sul momento. Emilia cadde priva di sensi sur una sedia: allorchè rinvenne, si vide sola, e guardando per tutta la stanza con occhi smarriti, sembrava interrogare ogni cosa sul destino della zia. Finalmente, si alzò per esaminare, quantunque con poca speranza, se la porta era libera, e la trovò aperta. Si avanzò timidamente nella galleria, incerta ove dovesse andare. Suo primo desiderio fu di ottenere qualche notizia sul destino della zia. Scese nel tinello. A misura che si avanzava, sentiva da lontano voci irate: le facce che incontrava pei numerosi anditi e la confusione che regnava aumentavano il di lei spavento. In fine arrivò nella stanza che cercava, ma non c'era alcuno. Non potendo più reggersi in piedi, si riposò un momento. Riflettè che avrebbe invano cercata la zia nell'immenso laberinto di quel castello, che pareva assediato dai briganti. Pensò dunque a tornare nella sua camera, ma temeva d'incontrarsi in que' feroci, quando un sordo mormorio interruppe il cupo silenzio; il rumore cresceva: distinse qualche voce e sentì passi che s'accostavano. Si alzò per andarsene ma venivano appunto per l'unica via ch'ella potesse seguire: pensò dunque di aspettare che fossero entrati. Udì gemiti, e vide poco dopo comparire un uomo portato da quattro. Atterrita a questo spettacolo, ebbe appena forza bastante per tornare alla sua camera senza poter conoscere chi fosse l'infelice circondato da quella gente, che nella confusione non l'aveano veduta.
Il suo affetto per la zia diveniva sempre maggiore; si ricordava che Montoni l'aveva minacciata di chiuderla nella torre di levante, ed era probabile che tal castigo avesse soddisfatto la di lui vendetta. Risolse dunque, nel corso della notte, di cercare una via per recarsi a quella torre. Sapeva bene che non avrebbe potuto efficacemente soccorrere la zia, ma credè che nel suo tristo carcere sarebbe stata sempre una consolazione per lei l'udire la voce della nipote. Alcune ore passarono così nella solitudine e nel silenzio, e parve che Montoni l'avesse obliata del tutto. Appena fu notte, vennero appostate le sentinelle.
L'oscurità della camera rianimò il terrore di Emilia. Appoggiata alla finestra, fu assalita da mille idee disgustose. « E che! » diceva ella; « se qualcuno di questi banditi, col favor delle tenebre, s'introducesse nella mia camera, cosa avverrebbe di me? » Poi, ricordando l'abitante misterioso della camera vicina, il suo terrore mutò oggetto. « Non è un prigioniero, benchè resti nascosto in quella stanza; non è Montoni che lo chiuda per di fuori, ma è l'incognito stesso che si prende questa cura. » Facendo tutte queste riflessioni, si ritirò dalla finestra, ed accese il lume. Si affrettò quindi ad assicurare alla meglio l'uscio della scala. Questo lavoro l'occupò sino a mezzanotte. Tutto era quieto, nè si udiva che i passi della sentinella sul bastione. Aprì la porta con cautela, e vedendo e sentendo una perfettissima calma, uscì; ma appena ebbe fatti pochi passi, vide un fioco chiarore sui muri della galleria. Rientrò in camera, e chiuse la porta, immaginandosi che forse Montoni andasse a fare la sua visita all'incognito. Dopo mezz'ora circa uscì di nuovo, e non vedendo nessuno, prese la direzione della scala di tramontana, immaginandosi di poter ivi più facilmente trovare la torre. Si fermava spesso, ascoltando con paura il fischiar del vento, e guardando da lontano attraverso l'oscurità dei lunghi androni. Finalmente giunse alla scala che cercava, la quale metteva in due passaggi diversi. Esitò alcun poco, e scelse quello che conduceva in una vasta galleria.
La solitudine di quel luogo la gelò di spavento, e tremava perfino all'eco de' propri passi. D'improvviso le parve sentire una voce, e temendo egualmente d'avanzarsi o di retrocedere, rimase immobile, osando appena alzar gli occhi. Le parve che quella voce proferisse lamenti, e venne confermata in quest'idea da un lungo gemito. Credè potesse essere sua zia, e si avanzò verso quella parte. Nulladimeno, prima di parlare, tremava di confidarsi con qualche indiscreto che potesse denunziarla a Montoni. La persona, qualunque fosse, pareva afflittissima. Mentre titubava, quella voce chiamò Lodovico. Emilia allora riconobbe Annetta, e tutta lieta si accostò per risponderle.
« Lodovico! » gridava Annetta piangendo; « Lodovico!
— Son io, » disse Emilia, tentando aprir la porta, « Ma come sei tu qui? Chi ti ha rinchiusa?
— Lodovico! Lodovico!
— Non è Lodovico; sono io, è Emilia. »
Annetta cessò di piangere e tacque.