Non crediate però, lettrici mie, ch'io non vi parli, che dello sterile soccorso, che voi deponete nella mano che si stende verso di voi supplichevole. Fra tutti i modi di soccorrere ai materiali bisogni è questa la più imperfetta, e lasciatemi dirlo, la meno morale, e non può essere giustificata che dell'urgenza del bisogno, ma è quella pure che ridotta a sistema ed organizzata su larga scala, perpetua la mendicità, ed abrutisce lo spirito. Come può mai un essere dalla mente civilizzata vedersi davanti supplichevole e seminuda una creatura qual'è l'uomo ricco d'intelligenza, forte di braccio, non ad altro occupando la inerte sua vita, che nel distendere servilmente al suo simile la mano colla voce piagnolosa ed il languido sguardo? E qual diritto ha egli mai un uomo d'imporre al suo simile una tanta degradazione? Qual diritto ha egli di subordinare al suo arbitrio e capriccio l'esistenza d'un suo fratello? Questo sconcio che è l'accatonaggio va scemando più sempre coi progressi della industria che distribuisce più universalmente la ricchezza, laonde le mie parole non andando a colpire un fatto che vi si presenti su grandi proporzioni vi parranno per avventura troppo severe.
Certo i nostri tempi differiscono assai dagli scorsi secoli nei quali ogni convento (e ve n'erano ad ogni svolto di via) vedeva ogni mattina raccôrsi sotto gli esterni portici una sterminata quantità di mendici d'ambo i sessi, e di tutte le età, che spettavano la quotidiana limosina. Che ne derivava da ciò? Ne derivava, che la maggior parte della umanità nelle nostre contrade vivesse pendente dallo arbitrio dei meno; ne derivava, che tutte quelle misere genti fossero serve consacrate di quei signori; ne derivava, che intere popolazioni non per altro vivessero che per istendere umile e timida la mano alla scodella limosinata, curvarsi fino a terra all'aspetto di un frate, baciar servilmente il lembo della sua tonaca e la corda della sua cintura. Ne derivava, ch'elleno si educassero al sentimento demoralizzatore della propria nullità, alla tolleranza della più provocante tirannide, all'ozio eterno donde la miseria perpetua.
Lo stesso avveniva intorno ai forti castelli dei signori, dove una pietosa faceva distribuire costanti e quotidiani soccorsi. Quei costumi erano fatti per perpetuare il dispotismo feudale e la schiavitù personale. Come avrebbe mai potuto quella plebe emanciparsi dalla sistemata concussione de' suoi signori, senza cominciare dal rifiutare il loro pane, e dal vivere senza la loro sprezzante limosina? Ed ecco ciò che si fece, ed oggi quei terreni, che allora erano incolti, sono ricchi ed ubertosi, e l'agricoltore mangia il pane sudato all'ombra degli alberi da lui piantati, ed accosta il ricco colla fronte alta dell'uomo che nulla cerca, fuorché il credito suo.
Ora, diminuite le proporzioni e l'accatonaggio, in faccia ai principii dell'umana libertà e dignità, presenta tuttavia la sconvenienza medesima. Soccorriamo al corpo provvedendo il lavoro, suppliamo alla debole potenza dell'operaio largheggiando nella mercede: ma non dimentichiamo mai la sua dignità d'uomo, il suo sacro diritto di vivere indipendente dal capriccio nostro; nè vogliamo colla impertinente elemosina buttargli in viso quell'insolente concetto che la limosina esprime e che val quanto dire: vivi anche oggi, te lo concedo.
So pur troppo, che taluni fra gl'indigenti privi affatto di luce morale (e come l'avrebbero?) e vieppiù demoralizzati da una falsa beneficenza, che apre la borsa e la porge senza abbadare alla mano che vi si immerge, non sentono la umana dignità, e volontieri fanno inchini e genuflessioni, ed a tutto si abbasserebbero purché oziosa trar possano e vagabonda la vita. Lo spettacolo di questi uomini doppiamente infelici, perchè spinti dalla stessa beneficenza nello stato selvaggio, ed accoppianti la miseria dello spirito ai cenci del corpo, anzichè scoraggiare la buona volontà, deve vieppiù eccitarla.
Pur troppo ben poco può farsi sulla generazione già adulta, incallita nell'ozio e nel vizio, ma tutto può farsi e con esito certo sulla nascente. Oh si dilati l'istruzione; si dia al figlio del popolo la coscienza di sè e della umana dignità, si incoraggi colla stima che mostriamo portargli, non dimentichiamo che egli è il più importante dei sociali elementi. È il popolo che costituisce gli eserciti; è il popolo che innonda le nostre città; è il popolo che provvede a tutti i nostri agi e bisogni; è il popolo che coltiva le nostre terre; il popolo farà senza di noi, ma noi meschini senza di lui. Donde emerse lo spregio della plebe adunque se non dal guardare leggermente ogni cosa? Il popolo è tale una potenza che perfino il dispotismo più sfrenato sente bisogno d'aversi la sua sanzione o di fingersi averla. Ogni setta, ogni partito vuol averlo amico, perchè cessa col popolo d'essere partito e setta, e diviene coscienza universale. Ma mentre ognuno, per poco rifletta, è forzato d'ammettere la vera sovranità del popolo, pure, illusi dalle apparenze, sedotti noi dalla lunga abitudine di guardarlo dall'alto, ed egli stesso avvilito della sua povertà, abrutito dalla lunga servitù e dallo spregio, perde ogni senso di dignità e tenta stordire i bisogni, ed attutire i dolori, abbandonandosi inerte alla miseria, affogando nelle orgie la troppo scarsa mercede d'improbe fatiche, donde poi sempre più misero n'esce ed abrutito.
Eppure questo colosso, i cui fermenti fanno talora impallidire i tiranni, e che, spinto al colmo d'ogni sua pazienza, si erge gigante, recide teste coronate, intere caste travolge nei flutti dell'ira tremenda, e di tutta una regione non lascia che un oceano di sangue, nel quale si affoga la tirannide di tanti secoli (e così bene, che niuno sforzo di potere o di casta saprà tutta risorgerla) questo terribile elemento non si cura, non si educa, non si tenta dargli alcun principio, non si rispetta, e non si smettono sul conto suo pregiudizii ch'egli così ben vendicò sui padri nostri.
Urge, e sommamente urge che il popolo s'illumini, si civilizzi, senza di chè vane saranno le nostre aspirazioni alla prosperità nazionale. Indarno tentano svolgersi, in seno alla libertà, libere istituzioni, se, applicato poi, trovansi gravide di disordini per la incoltura del popolo. Indarno noi guardiamo ansiosi ed impazienti ai confini che Iddio segnava al bel paese struggendoci in desiderii, se il popolo non sarà convinto, che combatte per interessi suoi, e per migliorare le sue misere condizioni.
Forse avravvi fra voi, lettrici mie, taluna, santamente desiderosa del bene, e che a null'altro aspira che a vedersi tracciata una via; poiché gli è a voi specialmente affidata l'educazione del popolo. L'uomo è assorbito dagli affari, è sviato dagli interessi, è incatenato ad impieghi; voi siete libere del vostro tempo; oh non si sciupi in frivolezze e nonnulla. Non è lecito passar la vita nell'ozio, al passeggio, alle feste, scarozzando la nostra cara personcina dalla città in campagna e dalla campagna in città, custodendoci gelosamente da ogni cosa che disturbi la nostra pace, non guardando in viso mai la miseria ed il dolore, per non averne male ai nervi delicati; ciò tutto è egoismo e nullità; non è per questi fini che Iddio ci arrichiva d'intelligenza e ci faceva battere in petto un cuore capace di portenti se avvenga che abbracci la santa causa del bisogno.
Non crediate degnarvi di troppo parlando famigliarmente col bravo figlio del lavoro; la sua mano incallita è più nobile assai della vostra bianca manina sepolta ne' pizzi, chè da lei tragge il pane e la casa tutta una famiglia. Sentite i suoi bisogni, provvedetegli lavoro, incoraggiatelo, mostrategli la stima e la riverenza ch'egli si merita, parlategli dell'associazione dell'industria e del capitale, che sola può emanciparlo dalla tirannide capitalista, provategli i vantaggi della coltura e della civilizzazione, onde assiduo intervenga a quelle istruzioni serali che mercè benemeriti cittadini già sono organizzate in tutte le nostre città. Parlate loro delle patrie speranze, della parte maggiore che a lui spetta nelle battaglie e nei trionfi, e combattete quella scoraggiante parola ch'egli ha sempre in bocca «qualunque sia l'evento noi saremo poveri sempre!»