Bisogna confessare che, se l'uomo è egoista, lo è poi anche senza nessuna velleità, e di tutto cuore! Non v'è altro commento possibile a siffatte teorie.

Ora, sia che si neghi alla donna ogni funzione, sia che le si assegni un lavoro, ella fu sempre fin qui in balìa dei capricci d'ogni filosofo, il quale le dà, o le toglie, la eleva, o la abassa, la invita o lo respinge in base al tipo ideale che ciascun di loro se ne forma. Ma al dì che corre deve la filosofia aver capito, che la soluzione di un problema sociale non può esser nella testa d'un uomo, ma se ne sta latente nella natura, la quale non potrà mai rivelarsi fino a che sarà interrogata coll'animo preoccupato da pregiudizii o da interessi veri o supposti.

E dico veri o supposti, perchè tutto ciò che è fuori dell'ordine e del giusto, se può per avventura favorire un piccolo e precario interesse, deve però alfine chiarirsi ineluttabilmente incompatibile ed ostile ai grandi e duraturi interessi dell'individuo e dell'umanità; per cui, se a mo' d'esempio oggi trovava assai acconcio il forte il diritto di conquista, trovandosi domani in faccia un più poderoso avversario, era pur costretto a confessare essere ingiusto e precario il diritto della forza.

Ma questi riflessi sendo stati fatti dall'uomo un po' tardi, anzi da pochi uomini fatti anco al dì che corre, ne avvenne che le istituzioni di tutti i tempi si risentirono di quelle prevenzioni e pregiudizii a cui accennavamo; ed al tempo in cui viviamo è pur doloroso dovere confessare che ancora la forza è in onore, che diritti e doveri sono più che parzialmente distribuiti, e che con una logica degna degl'interessi, più assai che della ragione, si aggiunge debolezza al debole gravandolo di doveri, si aggiunge forza al forte circondandolo di diritti.

Laddove poi si consideri avere la legislazione come ogni altra istituzione ormeggiato lo sviluppo dei popoli ed i procedimenti delle civiltà, andranno necessariamente crescendo le meraviglie, trovandoci in grado e necessità di constatare la universale incoscienza della giustizia.

Ma poteva egli essere altrimenti, dacché la filosofia non cercò e non istabilì una base generale di diritto, che soggiogando gl'interessi, ed ispirandosi ai principii, s'imponesse prepotentemente alla ragione, e si erigesse a coscienza universale? Epperò i legislatori, privi di luce ferma e costante a dirigersi, dovettero meschinamente ispirarsi ad interessi puri e semplici di luogo e di tempo, imponendo così all'opera loro il marchio fatale della caducità.

Infatti veggiamo apparire evidente dalla storia della legislazione questa enorme lacuna ch'ella è la nessuna base del diritto, risultando per lo appunto le istituzioni le voci dei bisogni di un giorno e di un paese, anziché i logici corollarii ai un concetto unico e fermo.

Ed invero, in faccia ad una base filosofica del diritto, che cosa avrebbero significato i diritti feudali?

Dove si sarebbero fondate la signoria e la schiavitù personale?

Sopra di che avrebbe potuto giustificarsi la patria e la marital potestà dei romani, per le quali la repubblica non riconosceva a cittadini che i capi di famiglia, non tutelando neppure la vita e la libertà delli altri membri?