Nino non doveva trovarla seduta lì ad aspettarlo, come se non ci fosse al mondo che lui.
— Va via, Teresa, va via. Devo pensare.
Teresa se ne andò brontolando.
Nunziata Villari per lo più vedeva la vita e trattava le situazioni secondo i metodi di Sardou, Dumas o D'Annunzio. Nino, tornando, doveva trovarla supina in una stanza oscura, colle guancie pallide e con grandi ombre azzurre sotto gli occhi. Oppure, ancora meglio, ella all'arrivo di lui — non c'è! E mentre egli si dispera, ecco, ella entra, tornando da qualche folle banchetto, ingemmata e ridente! Ah! essa lo vede, vacilla! Si passa la mano ingemmata sugli occhi, un singulto la scuote. « Nino! »... ed egli le cade ai piedi... Poi subito egli le fa una scena di gelosia. Dov'è stata? Con chi? Dov'era quando arrivò il telegramma? Perchè non era in casa a riceverlo? Chi le manda tutti questi fiori?... Bah! E con un gesto d'infinito sdegno Nino li afferra a fasci e li getta dalla finestra...
A dir vero dei fiori in casa non ve n'erano. La Villari richiamò dunque Teresa e le disse di andare dal fioraio e di ordinare per cento lire di gardenie e di rose bianche, tutte bianche, e che le portassero il più presto possibile.
— Sì, signora, — disse Teresa andandosene.
— E non scordare il parrucchiere per le sei.
— Sì, signora.
— E una carrozza per le sette.
— Sì, signora.