— Perchè dici questo? — chiese la sorella maggiore volgendo su lei gli occhi teneri e inquieti. — Ti annoi, forse?
— Non so se m'annoio — rispose Leslie, pensierosa. — Non so precisamente che cosa voglia dire «annoiarsi».
— Già, — fece Myosotis, contemplando la diafana, biondissima sorellina. E seguendo il filo dei suoi pensieri dovette dirsi che, in fondo, non sapevano nè l'una nè l'altra che cosa volesse dire annoiarsi o divertirsi, gioire o soffrire.
La vita non aveva finora offerto alle loro labbra che la pura inconsapevolezza d'ogni cosa, come un fresco e insapore sorso d'acqua montanina.
— Perchè proprio a questa Jane — continuò Leslie, sfogliando il libro con nostalgica lentezza — vanno a capitare tante cose? Non è verosimile. Poteva accaderle niente, come a noi.
Myosotis rise. — Ma è appunto perchè le sono capitate tante cose, che l'autore ha scritto il romanzo. Di una ragazza a cui non succede niente, nessuno scrive.
— Già, sarà così — disse Leslie pensierosa. — La nostra vita!... Come è bianca e vuota! Certo di noi nessuno scriverà.
VIII.
Verso la fine di quell'estate, in cui Myosotis compiva diciannove anni e Leslie quindici, venne a stare a Wild-Forest, in una villa signorile da tanti anni chiusa, una signora dal bel nome aristocratico: Lady Randolph Grey.
Grande, grassa, coi capelli tinti di rosso, la carnagione di un biancore abbagliante, si vedeva uscire dal cancello della villa, vestita di scuro con un largo cappello alla Rembrandt sui capelli color rame, e traversare il paese con calmo e dignitoso incesso.