XVII.
«Signorina Myosotis,
«Lei deve perdonarmi. Non pensavo di vederla mai. Già, tra pochi giorni dovevo partire per la Scozia.... e, come ha detto lei, la Scozia è lontana....
«Le sue lettere, fin dalla prima, erano così deliziose! Non potevo non rispondere. E dopo, non ho più trovato il coraggio di disilluderla, nè di allontanare da me il suo affetto così dolce e fidente. E perchè avrei dovuto farlo?
«Non fu che ieri, vedendola impallidire, vedendo i suoi occhi riempirsi di lagrime, che ho capito di aver avuto torto, e mi sono pentito e vergognato come di una mala azione.
«Le ho detto che da vent'anni — cioè, dacchè dovetti lasciare l'accademia di pittura a Parigi per la morte di mio padre — lavoro per questo giornale. Vi compio le mansioni più svariate: sono il critico letterario e teatrale; sono il critico d'arte; e — dal giorno lontano in cui la prima ed autentica zia Marianna scappò col proto e con la cassa della redazione — sono la zia Marianna. Molte volte sono anche «Un fedele lettore», «Un abbonato che protesta», o «Un cittadino sdegnato», spinto a queste svariate attività dal buono ma tirannico direttore del giornale.
«Egli oggi assai si rammarica di veder partire nella mia persona quasi l'intero personale della sua redazione. Anche a me dispiace; ma faccio un passo avanti nel giornalismo: divento redattore-capo della Gazzetta d'Edimburgo.
«Mia madre, che è nativa di quella città, è felice di tornarvi.
«Ecco, signorina Myosotis, tutta la mia semplice biografia.
«Ed ora, se osassi, le chiederei un grande favore. — Oserò, tremando.