—Ah, io no!—esclamò Alberto.
—Tu hai l'anima di un trepido coniglio in un corpo di giovane pantera,—disse Piero.—Risponderò io.
Ma avendo egli l'anima (e la professione) di impiegato di banca in un corpo di Giovane Werther, e non volendo compromettersi con una sconosciuta, firmò col nome di Alberto e diede l'indirizzo dello studio di lui, che era un pittore.
La signora nè buona nè bella nè giovane nè ricca rispose. Alberto aprì la lettera, si stupì, comprese, si sdegnò; ma non ne parlò con Piero. Piero da parte sua non ne parlò ad Alberto perchè il coniglio, quando qualcosa gli spiaceva, non era comodissimo a trattare. E quanto a Piero l'incidente si chiuse lì.
Alberto lesse e rilesse la lettera, ch'era breve.
«Stasera, ore nove. Giardino Ambasciatori. Abbiate una rosa in mano».
—Ridicolo!—mormorò Alberto, sgualcendo la lettera e gettandola in un angolo dello studio disordinato.—«Abbiate una rosa in mano!». Non sarò così idiota.—(Era il coniglio che parlava).
Tuttavia alle otto comprò una rosa (era la pantera che aveva il sopravvento). Però alle nove non andò agli Ambasciatori, bensì a sentire il concerto di Boasso al Balbo, spintovi dal coniglio.
Ciononostante alle dieci e un quarto andò agli Ambasciatori trascinatovi dalla pantera.
Non aveva la rosa in mano, ma all'occhiello.