Fu un'epoca meravigliosa. Io non rimpiangevo nulla. Tutto il giorno (per me era sempre giorno... e sempre notte!) sentivo la presenza di Rosàlia, la sua carezza sul mio braccio, sul mio collo, sul mio viso. Appena movevo o stendevo la mia mano incontravo la mano sua, o la sua bocca che mi baciava, o sentivo sotto le dita i morbidi capelli di quella creatura abbattuta e prona accanto a me...

Venne il giorno in cui potei alzarmi dal letto.

Mi aggirai nel mio mondo di tenebre; andai tastoni, barcollando e brancolando, per la casa.

Poi m'avventurai nel giardino.

Poi per le strade.

Avevo paura, avevo terribilmente paura. Paura di ogni rumore, e il mondo pareva pieno di spaventosi fragori nuovi ch'io non avevo percepito mai! Avevo paura di cadere; paura di sbattere il viso contro un ostacolo; paura di mettere il piede in fallo; paura di attirare l'attenzione, di essere stravagante, di essere ridicolo, di essere compassionevole.

Ah! il terrore di far pietà! Era quello il pensiero che, nella immane sciagura, mi torturava di più.

Ero sempre teso in ascolto di quell'atroce parola: «Poveretto!» E l'idea che Rosàlia vedesse negli occhi altrui rivolti su me la compassione, mi metteva in furore; un furore frenetico, tigrino, un furore truculento e omicida. I sospiri repressi, le voci dolci che facevano gli estranei avvicinandosi a me mi facevano impazzire, mi davano la voglia, il bisogno quasi fisico di reagire, di insultare, di percuotere.

Anche Rosàlia, che aveva nel parlarmi una nuova dolcezza di tono, m'inferociva. E un giorno ch'essa, irritata per un nonnulla e scordando per un istante la mia disgrazia, mi aggredì colla voce dura e metallica di un tempo, io avrei pianto di gioia.

Rammento che quella sua ira fu provocata dalla visita di una fanciulla che mi portava dei fiori—una fanciulla di sedici anni:—e i fiori sentivano della sua gioventù, e lei aveva la fragrante freschezza dei suoi fiori.