Ah, quell'elenco di morti!... Alberto trasalì e strinse i pugni.
Ma egli, per Dio! non era morto. Era vivo ancora. Era vivo ed era giovane. Era a tempo a salvarsi. Il racconto di Adriano lo aveva salvato; gli occhi spenti di Adriano avevano aperto i suoi.
Fuggirebbe. Sì, fuggirebbe. Riprenderebbe la sua vita là ove l'aveva lasciata in quella sera lontana, quando, colla rosa all'occhiello...
A quel ricordo Alberto si morse le labbra per non ridere forte, per non ridere da solo, come fanno i pazzi.
L'orologio lontano suonò tre rintocchi, le undici meno un quarto. C'era giusto il tempo di arrivare alla stazione. Alberto si volse e prese la via del ritorno, scendendo a passo veloce il ripido pendìo della collina.
Allo svolto della strada apparve, stesa ai suoi piedi, la città tutta punteggiata di lumi. E un nuovo improvviso senso di gioia e di leggerezza gli corse dentro alle vene. Una rinnovata voglia di vivere e di gioìre. Sì, il mondo era vasto ed egli era giovane ancora. Andrebbe lontano, andrebbe a cercare la gioia. Sì, la gioia! egli che aveva così poco gioito nella sua vita limitata e meschina.
Un immenso, impaziente fremito di allegrezza lo prese. Era giovane, era giovane! Aveva la vita davanti a sè. Aveva il mondo davanti a sè.
E nel mondo vi erano altre donne, oltre a questa femmina malvagia e quasi brutta che lo aveva per un tempo soggiogato; e nella vita vi erano altre passioni oltre a questa passione vile e perversa per una donna di chissà quanti anni più vecchia di lui—una donna di cui un giorno gli era stato chiesto da un amico se fosse sua madre...
Finito! finito!... Egli andrebbe verso altre città, verso altre mète. Vi erano pure tre belle, tre grandi cose al mondo, tre cose per le quali valeva la pena di vivere: la ricchezza; la gloria; l'amore. Col suo ingegno, colla sua gioventù, col suo coraggio egli le conquisterebbe tutt'e tre.
La ricchezza—sfavillante miraggio! È vero che in sè stessa valeva poco! Ma, nobilitata dalla gloria...