Frida obbedì. Non era la prima volta ch'essa apriva la sua porta a Fritz.

«Come parli forte,» susurrò ella in tono di rimprovero; e richiuse a chiave l'uscio. «Forse ti avranno udito.»

«E quand'anche?» disse Fritz. «Udranno ben altro.» Sedette ed accese una sigaretta. «Ah, ecco! Da due anni faccio il servitore qui. Da domani in poi diventerò il padrone.»

«Da domani!» balbettò Frida impressionata. «Ma che cosa dici?»

«Dico che ci siamo! Ci siamo finalmente!» esclamò Fritz, e il suo sguardo si levò lucido e feroce, verso la finestra aperta al cielo d'occaso.

Già da tempo il sole tondo e rosso — il gran sole d'agosto — era tramontato, ma il giorno s'indugiava ancora come se gli dolesse di finire. Là dove il cielo era più chiaro esso portava nel seno la falciuola scolorita della luna nuova, [pg!52] come una pallida ferita per la quale il giorno dovesse morire.

«Ci siamo, ci siamo!» ripetè Fritz. «E tu tienti pronta alla partenza.»

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In quel giorno stesso l'uragano s'era già scatenato sull'Europa. Le Jene Grigie si riversavano sul Belgio dal Sud-Est. A Dohain, a Francorchamps, a Stavelot l'orda cenerognola s'avanzava inesorabile, onda su onda, spargendo intorno la violenza e la morte.

Ma i cannoni non parlavano ancora. Nel villaggetto di Bomal, discosto appena una ventina di miglia, nulla se ne sapeva; e Luisa appuntando una rosa nelle treccie lucenti di Chérie diceva: «Domani penseremo alla guerra.»