«Luisa! cara! Che cos'hai? Sei malata?» le chiese un giorno Chérie notandone lo stanco atteggiamento ed il pallore mortale.

«No, cara, no,» disse Luisa. «Non ho nulla. E — tu

Ella fece questa domanda all'improvviso, volgendosi e figgendo le pupille ardenti in viso alla fanciulla.

«Io?... Che strana idea! Perchè me lo domandi?»

«Ma rispondi! Ti senti bene?» insisteva Luisa. «Giorgio Whitaker.... mi disse...» Luisa riusciva appena a parlare «... che l'altro giorno [pg!149] ti eri sentita male.... che avevi avuto — non so — come uno svenimento...»

«Oh!» fece Chérie ridendo e scrollando le spalle. «Che stolto quel ragazzo a venirtelo a dire! Ma se non è stato nulla!» E come Luisa la fissava, stranamente, intensamente, ella spiegò: «Giorgio ed Eva m'insegnavano a giocare al hockey... e tutt'a un tratto mi venne come un abbaglio agli occhi.... uno stordimento — e caddi. Ma era niente, ti assicuro, proprio niente. Mi avviene spesso di provare un po' di vertigine e di nausea.... Ma perchè diventi pallida? Se ti dico che non è nulla! Sono un poco anemica, e nient'altro. Davvero, davvero!» ripeteva ridendo, e abbracciando Luisa. «La prova migliore è che ho sempre una fame da lupo!»

E ribaciò Luisa, e se ne corse via a passo di danza, a cercare quel «Mister George» per sgridarlo d'aver raccontato delle storie.

Lo sguardo di Luisa la seguì — angosciato, profondo, scrutatore.

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X.